La nuova direttiva europea sulle acque reflue urbane, entrata in vigore a gennaio 2025, porta con sé un ampliamento significativo degli obblighi.
Non si tratta più solo di gestire i grandi centri urbani; ora anche gli agglomerati più piccoli, con oltre 1.000 abitanti equivalenti, dovranno essere dotati di sistemi di raccolta delle acque reflue entro la fine del 2035. L'obiettivo è chiaro: coprire più territorio e trattare più scarichi.
Quello che cambia davvero è il livello di depurazione richiesto. Oltre al trattamento secondario, che ormai è considerato il minimo indispensabile, la direttiva introduce obblighi più stringenti per i trattamenti terziario e quaternario. Questo significa che dovremo fare un passo avanti nella rimozione di nutrienti come azoto e fosforo, ma anche iniziare a pensare a come eliminare microinquinanti più subdoli, quelli che derivano da farmaci, cosmetici e altri prodotti di uso quotidiano. L'obiettivo è migliorare la qualità dell'acqua che ritorna nell'ambiente, proteggendo ecosistemi e salute umana.
Monitoraggio di nuovi inquinanti e agenti patogeni
La direttiva non si ferma qui. Ci sarà un'attenzione maggiore anche al monitoraggio di sostanze che prima non erano sotto la lente d'ingrandimento, come i residui farmaceutici, i prodotti per la cura personale e altre molecole potenzialmente dannose.
Si parla anche di sorveglianza e valutazione del rischio legato agli agenti patogeni, un aspetto che è diventato ancora più importante negli ultimi anni. In pratica, si vuole avere un quadro più completo di cosa finisce nelle nostre acque e quali rischi comporta per la salute pubblica e l'ambiente.
Obiettivi di sostenibilità e neutralità energetica
La nuova direttiva non guarda solo alla pulizia dell'acqua, ma punta anche a rendere il settore più sostenibile e, diciamocelo, un po' più indipendente dal punto di vista energetico. Si parla molto di riutilizzare l'acqua trattata, il che ha senso, no? Invece di buttarla via, possiamo usarla di nuovo per certi scopi, alleggerendo la pressione sulle nostre risorse idriche.
E poi c'è la questione dei fanghi di depurazione. Finora erano visti solo come un problema, ma ora si cerca di recuperarci nutrienti e altre risorse utili, trasformando un rifiuto in una potenziale risorsa.
L'obiettivo finale è che gli impianti di trattamento delle acque reflue diventino energeticamente autosufficienti entro il 2045, usando energia rinnovabile prodotta sul posto. Questo non solo ridurrà le emissioni di gas serra, ma potrebbe anche portare a risparmi sui costi a lungo termine. È un cambiamento di mentalità, passare da un modello di gestione dei rifiuti a uno di recupero e produzione di energia.
Il probabile impatto sulle bollette
Durante l’edizione 2025 di Accadueo, tenutasi a ottobre a BolognaFiere, sono state fornite cifre importanti: la Commissione Europea stima che saranno necessari quasi 4 miliardi di Euro all’anno di investimenti per migliorare la qualità dell’acqua, ridurre l’impatto ambientale e rendere gli impianti di depurazione di tutti i Paesi membri dell’Unione energeticamente autosufficienti entro il 2045.
Per coprire la metà degli investimenti previsti, anche in Italia sarà necessario un aumento della tariffa del 2,3% secondo le stime dell’ultima analisi Ref Ricerche.
Per l’Italia l’adeguamento alla nuova direttiva comporterà investimenti stimati in circa 700-1.000 milioni di euro all’anno, dovuti all’estensione degli obblighi per i piccoli centri abitati dove, tra cittadini e attività economiche, si superano i 1.000 abitanti equivalenti, i cosiddetti “agglomerati”, a maggiori impegni nella gestione delle reti fognarie e più esigenti standard di trattamento delle acque reflue.
Nel nostro Paese il 71% delle reti fognarie urbane è di tipo misto, ossia convoglia nella stessa condotta sia le acque di scarico che quelle piovane, e in caso di forti piogge, come avviene sempre più frequentemente, questo comporta sia la dispersione nell’ambiente di acque reflue, sia maggiori quantità di acqua in arrivo ai depuratori, aumentando consumi energetici e costi. Non solo, mancando sistemi integrati per la gestione degli afflussi meteorici, parte di queste acque si riversa direttamente nei fiumi senza trattamento. Sul fronte energetico la maggior parte dei depuratori italiani consuma più energia degli standard europei e molti impianti lavorano al di sotto della loro capacità ottimale.
Responsabilità estesa del produttore e principio 'chi inquina paga'
Contributo dei produttori di farmaci e cosmetici
Una delle novità più significative introdotte dalla nuova direttiva riguarda l'applicazione del principio "chi inquina paga". Questo significa che chi causa un danno ambientale deve farsi carico dei costi per prevenirlo o ripararlo. In pratica, i produttori di farmaci e cosmetici, che sono tra i principali responsabili dell'immissione di microinquinanti nelle acque reflue (si parla del 92% di quelli tossici), dovranno contribuire economicamente. Entro la fine del 2028, gli Stati membri dovranno assicurarsi che questi produttori si assumano una "responsabilità estesa", coprendo almeno l'80% dei costi legati al trattamento quaternario delle acque. La quota di contribuzione sarà calcolata in base alla tossicità dei prodotti immessi sul mercato e alle loro quantità. È un passo importante per spostare parte dell'onere finanziario dagli enti pubblici ai soggetti che immettono sostanze potenzialmente dannose nell'ambiente.
Copertura dei costi aggiuntivi per il trattamento quaternario
Il trattamento quaternario è una fase aggiuntiva, più avanzata, necessaria per rimuovere inquinanti specifici, come appunto i microinquinanti derivanti da farmaci e cosmetici. Finora, i costi di questi trattamenti più sofisticati ricadevano principalmente sui gestori del servizio idrico e, di conseguenza, sui cittadini attraverso le bollette. Con la nuova direttiva, questo scenario cambia. La responsabilità estesa del produttore (EPR) mira a garantire che una parte sostanziale di questi costi aggiuntivi sia coperta direttamente da chi immette sul mercato i prodotti che generano questi inquinanti. Questo non solo alleggerisce la pressione finanziaria sugli utenti finali, ma incentiva anche i produttori a considerare l'impatto ambientale dei loro prodotti fin dalle fasi di progettazione e formulazione.
Incentivare la riduzione dei microinquinanti alla fonte
L'introduzione della responsabilità estesa del produttore non è solo una questione di finanziamento dei trattamenti, ma anche uno strumento per incentivare la prevenzione. Sapendo di dover contribuire ai costi di depurazione, le aziende farmaceutiche e cosmetiche saranno più motivate a ricercare e sviluppare prodotti meno inquinanti o a ridurre la quantità di sostanze problematiche presenti nelle loro formulazioni. L'obiettivo finale è ridurre la presenza di questi microinquinanti alla fonte, prima ancora che raggiungano le reti fognarie e richiedano trattamenti complessi e costosi. Questo approccio proattivo è fondamentale per migliorare la qualità delle acque reflue e proteggere l'ambiente acquatico in modo più efficace e sostenibile nel lungo termine.
Tempistiche e recepimento della direttiva europea acque reflue urbane
La nuova Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane è entrata in vigore l'1 gennaio 2025. Gli Stati membri hanno poi un periodo di tempo di 31 mesi per adeguare le proprie legislazioni nazionali, una fase che viene definita di recepimento. Questo significa che, in linea di massima, le nazioni avranno fino al 31 luglio 2027 per integrare le nuove norme nel proprio ordinamento giuridico. Alcuni articoli specifici e allegati, tuttavia, avranno un'applicazione più immediata, a partire dal 1° agosto 2027.
Le scadenze per l'implementazione degli obblighi di trattamento variano in base alla dimensione degli agglomerati. Ad esempio, l'obbligo di un trattamento secondario si estenderà a tutti gli agglomerati di almeno mille abitanti equivalenti entro il 2035. Per quanto riguarda il trattamento terziario, l'obbligo scatterà nel 2039 per gli impianti che servono più di 150.000 abitanti equivalenti. Il trattamento quaternario, una novità assoluta, dovrà essere implementato entro il 2045 per gli stessi impianti di grandi dimensioni.
Parallelamente, gli Stati dovranno adottare piani integrati di gestione delle acque reflue urbane. Questi piani sono richiesti entro il 2033 per gli agglomerati superiori a 100.000 abitanti equivalenti e entro il 2039 per quelli tra 10.000 e 100.000 abitanti equivalenti, delineando un percorso chiaro per la gestione delle acque in Italia.
Impatto economico e investimenti necessari
L'adeguamento alla nuova direttiva europea sulle acque reflue urbane comporterà un impegno economico non indifferente per l'Italia. Si parla di cifre che si aggirano tra i 700 milioni e 1 miliardo di euro all'anno, un investimento considerevole per ammodernare le infrastrutture esistenti e costruirne di nuove.
Questo sforzo finanziario è necessario per estendere gli obblighi di trattamento anche ai centri abitati più piccoli, quelli con oltre 1.000 abitanti equivalenti, che prima non erano soggetti a requisiti così stringenti. La Commissione Europea stima che a livello europeo serviranno quasi 4 miliardi di euro ogni anno per migliorare la qualità dell'acqua e rendere gli impianti energeticamente autosufficienti entro il 2045.
Per coprire una parte di questi costi, in Italia si prevede un aumento delle tariffe del servizio idrico, stimato intorno al 2,3%. Questi investimenti mirano a trasformare gli impianti di depurazione in veri e propri strumenti di economia circolare, recuperando nutrienti e risorse dai fanghi e promuovendo il riutilizzo delle acque trattate.
Per centrare gli obiettivi fissati da Bruxelles, saranno fondamentali investimenti mirati nell'innovazione tecnologica e il supporto di strumenti finanziari adeguati, anche attraverso cofinanziamenti europei. L'introduzione del principio "chi inquina paga" e della responsabilità estesa del produttore per farmaci e cosmetici aiuterà a distribuire meglio questi costi, incentivando la riduzione dei microinquinanti alla fonte.