Crediti di carbonio: la maggioranza dei progetti non contribuisce a ridurre le emissioni

Crediti di carbonio
Mauro Lajo, AD di Forever Bambù e Consigliere di Cisambiente

È appena stato pubblicato l’ennesimo studio internazionale che ha fatto luce sull'inefficacia di alcuni #carbonprojects, condotto dal Politecnico di Zurigo, dall'Università di Cambridge e dall'Università di Harvard, non ancora sottoposto a peer-review ma comunque assai prestigioso considerando gli istituti che vi hanno partecipato.

«Per la prima volta, abbiamo valutato e riassunto sistematicamente tutti gli studi disponibili sulla compensazione volontaria della CO2 – afferma Benedict Probst del Politecnico di Zurigo, autore principale dello studio. Scopriamo che circa l'88% dei progetti di compensazione volontaria esistenti non contribuisce effettivamente alla riduzione delle emissioni. I crediti di carbonio, in generale, non mantengono ciò che promettono».

Drammatiche le evidenze: si stima che solo il 12% dei crediti risultanti rappresenti una vera e propria #emissionsreductions. Ciò significa che l'88% delle #carbonprojects nei quattro settori esaminati non riesce a raggiungere l'impatto dichiarato. In particolare, secondo lo studio, i certificati di CO2 derivanti da progetti di tutela forestale ottengono in media solo il 25% circa delle riduzioni di CO2 promesse.

I progetti per stufe da cucina efficienti ottengono solo lo 0,4% di quanto viene venduto come certificato di CO2. E i progetti di compensazione relativi alle energie rinnovabili, ovvero turbine eoliche e impianti fotovoltaici, sono completamente inutili secondo lo studio.

La conferma da altri studi

Studi precedenti hanno già messo in forte dubbio le promesse dei progetti di compensazione, come quello pubblicato nel 2020 sulla rivista scientifica PNAS che ha analizzato dodici progetti di conservazione forestale nella foresta pluviale brasiliana: nessuno determinava alcun risparmio di emissioni degno di nota. Anche la ricerca congiunta di "Die Zeit", del quotidiano britannico "The Guardian" uscita a inizio 2023 dopo un anno di ricerche del pool di giornalisti britannici Source Material ha rivelato come i progetti forestali gestiti da Verra siano nel 95% dei casi inconsistenti.

Cosa fare? Rinunciare? No, dobbiamo e vogliamo attivare più azioni per il clima. Per questo, portiamo più capitale privato direttamente a soluzioni climatiche di alta qualità basate sulla natura, attraverso un quadro di riferimento basato sui dati, sulla scienza e ben regolamentato. Il mercato volontario del carbonio è disfunzionale e inefficace.

Ad esempio, l’azienda italiana Forever Bambù ha l’obiettivo di creare bambuseti in Italia, vicino alle sedi delle aziende inquinanti, e applicare un metodo di gestione agro-forestale biologico e simbiotico che massimizza le notevoli potenzialità di carbon sink di questa pianta straordinaria: la capacità di assorbire CO2 di un bosco di bambù è infatti 36 volte più alta di quella di un bosco misto italiano, a parità di altre condizioni (latitudine, clima, terreno).

Questo risultato è stato validato scientificamente su tre livelli negli ultimi anni: dall’Università di Siena, che per prima ha fatto una critical review del risultato, da RINA che nel dicembre 2021 ha validato il metodo di calcolo utilizzato e infine dalla rivista scientifica “Science Direct” che ha pubblicato recentemente i risultati delle ricerche.

Ad oggi gestiamo oltre 250 ettari, tra nord e centro Italia, coltivati a bambù: lo tagliamo, lo lavoriamo e lo trasformiamo in bioplastiche, in tessile e in prodotti per la bioedilizia, mantenendo la CO2 all’interno della biomassa. Questo ci permette di mitigare le emissioni residue di tante aziende e offrendo loro uno strumento garantito da solide basi scientifiche per mitigare la loro carbon footprint. Una soluzione già scelta da grandi player dell’industria pesante come Brugola, dalla catena retail Portobello e da molte PMI che desiderano una soluzione chiavi in mano dimostrare ai clienti il proprio impegno concreto.

E tutto questo, a due passi da casa nostra. Perché allora continuare a scegliere di investire in progetti di afforestazione dall’altra parte del mondo, spesso inefficaci nel risolvere l’emergenza climatica sempre più drammatica ed evidente?