La transizione verso il paradigma circolare, pur essendo avviata, è lungi dall’essere una realtà consolidata e anche se l’Italia è al primo posto in Europa per molti indicatori di circolarità, la strada è tutta da fare.
Quali sono le azioni da intraprendere nell’immediato per ridurre lo sfruttamento delle risorse naturali e limitare l’importazione di materie prime? Quali gli interventi di natura più strategica, da progettare nel medio e lungo termine? Lo abbiamo chiesto a Sandro Orneli e Claudio Arcudi, rispettivamente Europe Sustainability Strategy Lead e Responsabile Energy e Utility Italia di Accenture.
«Negli ultimi anni, la circolarità si è evoluta da argomento di comunicazione e marketing a vera e propria opportunità industriale, rappresentando per le aziende una leva strategica di creazione di valore. Per catturare il pieno potenziale dei modelli di business circolari, è necessario cogliere e coordinare una serie di fattori abilitanti: dall’integrazione del tema nella strategia aziendale, al suo inserimento nella catena del valore e nell’ecosistema di partner dell’azienda stessa, ripensando il design di prodotti e servizi e i customer journey», afferma Sandro Orneli, sottolineando come la trasformazione circolare sia identificabile come un binomio che di volta in volta si realizza combinando uno o più fattori tra loro. Le aziende che adottano modelli di business sostenibili abilitati dalle tecnologie digitali sono in grado di generare ritorni maggiori e ottenere vantaggio competitivo che le pone nelle condizioni di tracciare la via ed essere leader nei rispettivi mercati. «Nell’attuale contesto geopolitico e internazionale è fondamentale valorizzare le iniziative che permettono di ridurre la dipendenza da commodity e materiali sottoposti a importante volatilità, che impatta sulla marginalità d’impresa. Oggi più che mai è importante adottare chiare strategie di integrazione della circolarità nel business, per offrire prodotti e servizi che abilitino la circolarità e ottimizzando il ricorso a pratiche circolari nelle proprie supply chains e operations», osserva Claudio Arcudi.
Domanda: Le utility italiane sono protagoniste dell’affermazione del paradigma circolare e svolgono il loro ruolo in maniera eccellente, permettendo tra l’altro al nostro Paese di risultare primo in Europa nel riciclo dei rifiuti. Quali sono le best practice in atto e in che modo è possibile migliorare ulteriormente?
Risposta: Le utility hanno bisogno di passare a un sistema energetico che non pensi solo a come produrre energia, ma anche a come gestirla. Cioè da un processo unidirezionale produttore-consumatore a una rete integrata fatta di produttori-consumatori, livelli e modalità di consumo ed ecosistemi connessi. Gli operatori storici del settore sono consapevoli dei profondi mutamenti che interessano il mercato e della forte competitività dei nuovi player. Secondo Energy UK, nel Regno Unito, per esempio, nel 2020 sei milioni di clienti hanno cambiato fornitore di energia.
Nel 2014 la cifra era di 3,2 milioni. Secondo il report di Accenture “New Energy Consumer: Transizione on demand | Accenture in Italia”, il 74% dei fornitori di energia ritiene che i clienti si stiano allontanando dalle grandi aziende a favore di player più innovativi.
La domanda si evolve, spingendo gli operatori a raggiungere un nuovo livello di agilità e capacità di reazione. La maggior parte dichiara di essere proprio a metà di tale percorso e ha intrapreso best practice e iniziative di business che si collocano su uno o più dei modelli di business circolari, ad esempio: utilizzo di input circolari, fondati sull’uso di materiali a base biologica o interamente riciclabili; prodotto inteso anche come servizio, come avviene per le stazioni di ricarica per la mobilità elettrica; piattaforme condivise fondate su modelli collaborativi di utilizzo, accesso o proprietà; estensione dell’uso del prodotto mediante riparazione, rilavorazione, upgranding e rimessa in vendita; recupero delle risorse riutilizzabili o di energia da scarti, rifiuti o sottoprodotti.
Per attivare le trasformazioni descritte è cruciale adottare un approccio di ecosistema, in cui le grandi aziende svolgano il ruolo di capi-filiera e punti di riferimento e supporto, a favore della trasformazione sostenibile delle PMI con cui collaborano lungo le rispettive catene del valore.
D: La simbiosi industriale rappresenta un potenziale per la creazione di ecosistemi integrati e per accrescere il livello di circolarità di materiali e processi: esistono esperienze significative nel nostro Paese? Quali ambiti potrebbero essere coinvolti nella creazione di ecosistemi virtuosi?
R: Le aziende italiane che scelgono di adottare logiche circolari hanno la concreta possibilità di distinguere la propria proposta di buisness e generare un vantaggio competitivo. Per cogliere a pieno le opportunità offerte dall’economia circolare occorre un approccio strutturale e industriale applicabile a più settori e filiere. Un ecosistema integrato non deve comprendere solo player dello stesso settore, ma anche aziende di aree adiacenti o complementari in possesso delle diverse componenti necessarie a trarre benefici tenendo in gioco materiali, beni e risorse che vanno tra loro razionalizzati, combinati, integrati.
L’adozione strategica di modelli di buisness circolari permetterebbe alle nostre imprese e all’intero Sistema Paese di diventare esportatori netti di circolarità. Uno strumento formidabile per attivare la simbiosi industriale è rappresentato dall’adozione di soluzioni e piattaforme digitali, che combinando sostenibilità e digitale offrono opportunità senza precedenti per creare, attivare e ingaggiare tutti i soggetti che partecipano all’ecosistema, facilitando l’accesso a potenziali partner sia di fornitura sia di mercato, a tecnologie industriali che abilitano la circolarità, l’upskilling e il reskilling della forza lavoro, con l’obiettivo di accelerare la transizione sostenibile e circolare.
D: Al pari della transizione energetica, l’affermazione dell’economia circolare è strettamente collegata allo sviluppo delle tecnologie innovative necessarie a supportarne i complessi processi industriali. Quali sono le tecnologie più promettenti e gli ambiti di sviluppo di maggior rilievo, con particolare riferimento al mondo dell’energia?
R: All’interno della cosiddetta quarta rivoluzione industriale contiamo 27 tecnologie digitali, fisiche e biologiche che rappresentano un punto di svolta nella trasformazione circolare. La loro applicazione nei processi aziendali conduce a diversi benefici, a partire da una maggiore efficienza e una conseguente riduzione degli sprechi.
Un esempio ci viene dall’Internet of Things, utilizzato per il monitoraggio delle performance ambientali dei prodotti e la riduzione delle risorse utilizzate. Le tecnologie sono in grado di guidare l’innovazione, consentendo ai player di portare nuove proposte sui mercati esistenti. Anche in questo caso esistono già casi significativi come AI e Machine Learning utilizzate per l’analisi dei dati a supporto dell’implementazione di modelli di business circolari, così come l’uso del Cloud per alimentare le piattaforme di sharing.
Strumenti come la blockchain contribuiscono a incrementare la trasparenza delle informazioni, consentendo alle aziende di raccogliere e analizzare i dati velocemente per ottenere insight di valore, ma anche di avere piena visione del ciclo di vita e delle fasi di utilizzo dei materiali. Inoltre, le tecnologie abilitanti contribuiscono alla riduzione e all’efficientamento dell’utilizzo di materiali tradizionali limitati o a elevata intensità di risorse, favorendo l’adozione su scala industriale di alternative sostenibili. Un valido esempio in questo caso ci viene dall’applicazione dei Digital Twin per le performance ambientali di prodotti e servizi lungo tutto il ciclo di vita.
D: In molti ambiti, la pandemia ha accelerato la consapevolezza dell’urgenza delle sfide a cui siamo chiamati e ora l’instabilità geopolitica è un ulteriore incentivo a mettere in atto paradigmi virtuosi. La ricerca di innovazione va di pari passo anche con la diffusione di una nuova sensibilità culturale: a che punto siamo su questo fronte?
R: Nella mente dei consumatori la sostenibilità è ancorata ai soli temi ecologici, anche per via di una comunicazione sociale particolarmente impegnata su questi aspetti. Per quanto riguarda le imprese, anche se la sostenibilità non rappresenta ancora il cuore della strategia aziendale, per molti player è già un elemento strategico importante. Sempre dal report di Accenture “New Energy Consumer: Transizione on demand” emerge che il 78% dei fornitori di energia ritiene che le aziende del settore che non aiuteranno i clienti a raggiungere emissioni Net-Zero con prodotti e servizi più ecologici sono destinate a rimanere indietro.
Per agevolare la transizione energetica e al contempo assicurarsi la scelta dei consumatori, i fornitori di energia si stanno attivando per offrire prodotti più sostenibili, dalla fornitura basata sull’uso di energie rinnovabili ai miglioramenti sulla quotidianità domestica e la mobilità elettrica. I player più lungimiranti stanno costruendo relazioni più strette e impegnate con i propri clienti attraverso lo sviluppo di app, prodotti e servizi digitali. Altri stanno installando contatori intelligenti per aiutare i clienti a gestire il consumo di energia, implementandoli con audit energetici per identificare i miglioramenti raggiunti in termini di efficienza.
D: Il ruolo della UE è centrale nel promuovere la transizione energetica e il PNRR è uno strumento senza precedenti. Quali opportunità concrete si aprono per le imprese dell’energia?
R: Per raggiungere gli obiettivi indicati dalla UE, come la totale decarbonizzazione entro il 2050, occorre avviare investimenti sempre più proficui nelle fonti rinnovabili. Per valorizzare al meglio i 59,47 miliardi dedicati dal Next Generation EU alla rivoluzione verde, Accenture ha proposto uno scenario denominato Green Acceleration: partendo dal piano europeo RepowerEu, si basa sulle leve che consentono di ridurre la domanda di gas naturale attraverso una forte accelerazione sulle rinnovabili nei prossimi tre anni (20 Gw/anno), nonché su target aggressivi di produzione di biometano (8 bmc al 2030).
L’applicazione di questo scenario rappresenta una grande opportunità anche per le utility. Con l’installazione di 60 GW di rinnovabili nei prossimi tre anni attraverso un investimento di 85 miliardi di euro, si risparmierebbero circa 15 miliardi di metri cubi, ovvero il 20% del totale di gas importato. Si aprirebbe inoltre la possibilità di creare fino a 80mila nuovi posti di lavoro, con ripercussioni positive sia sul PIL nazionale sia sulla crescita delle imprese dell’energia.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2022 di Energia&Mercato