Verso una definizione delle comunità energetiche. Sarà vera gloria?

CER e normativa
Avvocato Simone Cadeddu, Partner Bird & Bird

Il nuovo decreto, lungamente atteso, riguardante le cosiddette Comunità Energetiche Rinnovabili definisce uno dei modelli di aggregazione di cittadini, imprese, e potenzialmente anche di amministrazioni, ipotizzati dall’Unione Europea col duplice obiettivo di incentivare la condivisione, la produzione e il consumo di energia rinnovabile e di favorire la decarbonizzazione e l’indipendenza energetica dei Paesi europei.

Si tratta di obiettivi comunitari rilevanti da un punto di vista ambientale e sociale, che definiscono assi portanti delle politiche europee.

«Norme generali su questa tipologia di comunità esistono nel nostro sistema legislativo ormai da anni, ma l’assenza di elementi necessari alla definitiva messa in atto ne ha sempre ostacolato l’applicazione. Il recente decreto aggiunge un tassello normativo prima assente.

Ciononostante, è lungi dall’essere risolutivo: le regole di dettaglio introdotte chiariscono alcuni punti ma lasciano diversi interrogativi aperti», afferma l’avvocato Simone Cadeddu, Partner dello studio internazionale Bird & Bird.

Domanda: Quali sono i punti fermi messi a terra dal decreto sulle Comunità Energetiche Rinnovabili?

Risposta: L’idea di fondo è quella di favorire lo sviluppo di gruppi di cittadini, piccole e medie imprese, enti no profit, amministrazioni, che si mettano insieme, realizzino e gestiscano gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e condividano l’energia prodotta.

Per questo, oltre a classiche misure di incentivo sull’energia prodotta dall’impianto condiviso, è stato istituito un contributo a fondo perduto che può arrivare a coprire fino al 40% dei costi di investimento dell’impianto.

Sulla carta si tratta di misure che dovrebbero avere un effetto incentivante. Tra queste va ricordato che la tariffa è modulata sulla base dell’ubicazione dell’impianto e che il meccanismo di incentivazione a fondo perduto è riservato agli impianti di comunità ubicate in Comuni con meno di 5mila abitanti, in Italia la grande maggioranza delle aggregazioni municipali.

D: Quali criticità è possibile identificare nell’impostazione della norma?

R: Nel tentativo di dar corpo a questi grandi obiettivi europei, poi tradotti in normative a livello nazionale, sono stati posti limiti di scala molto significativi agli interventi. Ad esempio, il tipo di impianto che può beneficiare degli interventi di sussidio è piccolo: il massimo previsto dalla normativa è 1 megawatt.

Un altro aspetto fondamentale è che la normativa non prevede il coinvolgimento di grandi imprese, ma solo di realtà piccole o medio-piccole. La nuova disciplina sulle CER si basa sull’assunto, non detto, che una disciplina di comunità energetiche che aprisse troppo all’interesse di grandi investitori e grandi imprese finirebbe per essere forse discutibile sul piano degli aiuti di Stato.

D: Quali ripercussioni discenderanno da questi presupposti?

R: In questo scenario ravviso la possibilità che si creino meccanismi che possono essere poi di difficile applicazione, soprattutto perché la costituzione e la gestione di una CER pone difficoltà non trascurabili.

Il principio in base al quale tutti i soggetti che partecipano a una CER devono fisicamente essere vicini all’impianto è stato applicato con la condizione che tutti siano collegati alla medesima cabina primaria, un nodo delle reti di distribuzione che può alimentare anche tutti gli utenti del quartiere di una grande città o di un intero centro di medie dimensioni.

Ciò significa che potenzialmente una stessa CER potrebbe avere un numero di utenti molto significativo, condizione che cozza con l’interesse derivante per i singoli fruitori da un impianto di 1 MW di potenza.

D: Le criticità riguardano anche il livello della gestione?

R: Quella delle CER come descritte dal decreto è un’iniziativa vicina al mondo del no profit e a un ideale “comunitario” che mal si sposa con meccanismi strettamente imprenditoriali.

A conferma di ciò, è stato previsto che eventuali eccedenze o premi derivanti dalle tariffe incentivanti non possano andare a vantaggio dell’impresa parte della comunità ma debbano essere a vantaggio dei consumatori. Insomma, una norma che disincentiva il soggetto chiave, che rende possibile la creazione e la gestione della CER stessa.

In prospettiva, un’iniziativa di questo genere può essere considerata come il primo passo verso possibili meccanismi di incentivazione meno a rischio di aiuti di Stato e di contestazione in sede europea, anche per impianti più grandi, che sono quelli su cui ora il mercato sta investendo.

D: Esiste anche un tema di accettazione da parte dell’opinione pubblica?

R: È importante ricordare che questo tema si inscrive in un contesto di mercato complesso che negli ultimi anni, anche sulla scorta delle difficoltà di approvvigionamento energetico seguite all’invasione russa in Ucraina, ha portato ad accelerare e semplificare le procedure autorizzative per la realizzazione di impianti alimentati da energie rinnovabili.

Proprio in questi giorni le proteste di una parte del mondo agricolo sono indirizzate verso questa tipologia di intervento, nonostante in Italia il rischio di sottrazione di terreni agricoli a vantaggio di impianti rinnovabili sia pressoché inesistente.

Pensare che le comunità energetiche rinnovabili sottraggano spazio al mondo agricolo è poi inverosimile, soprattutto considerando che le CER dovrebbero, per loro natura, essere realizzate in aree urbane e suburbane, non in aree agricole.

In quanto limitate a una potenza di 1 MW, le CER favoriranno l’impiego di energia fotovoltaica piuttosto che eolica: è verosimile pensare che un’aggregazione condivida, per esempio sul tetto del condominio, un impianto fotovoltaico ma non una pala eolica.

D: Qual è la sua valutazione complessiva del provvedimento e quale, secondo lei, l’ostacolo più insidioso per lo sviluppo futuro delle CER?

R: Se è giusto salutare con entusiasmo l’uscita di questo decreto, resta un ampio margine di dubbio sull’effettivo impatto che avrà sul mercato attuale, dove non si respira quella passione che invece sembra animare chi ha scritto queste normative per il “piccolo è bello”.

Il vero tema riguarda la scarsa appetibilità dal punto di vista dell’investimento di un’operazione di questo genere e di tale livello di complessità. È difficile pensare che gruppi di cittadini, animati solo da buona volontà, uniscano le forze per risolvere il problema dell’approvvigionamento di energia rinnovabile; è fondamentale trovare misure di incentivazione per l’ingresso in questo mercato di investitori e operatori qualificati.

Iren Smart Solutions, 10 MW in pipeline e un accordo con Legacoop

«L’approvazione del decreto del MASE sulle Comunità Energetiche Rinnovabili rappresenta un importante passo avanti, che consente a operatori come il Gruppo Iren di accelerare lo sviluppo di questo strumento, che potrà contribuire, in maniera diffusa e significativa, ai target di transizione energetica tanto delle aziende quanto del sistema-Paese.

In questo ambito Iren Smart Solutions ha già avviato da tempo la definizione di una strategia e di un modello operativo e gestionale, che abbiamo già implementato: stiamo infatti già realizzando una prima comunità energetica di territorio in provincia di Parma e per il 2024 abbiamo in corso di sviluppo una pipeline di circa 10 MW di impianti fotovoltaici al servizio di Comunità Energetiche, di cui circa 5MW verranno messi in esercizio entro la fine dell’anno.

Come dimostra l’accordo con Legacoop, stiamo sviluppando partnership con stakeholder e associazioni di categoria del comparto produttivo», dichiara Roberto Conte, Amministratore Delegato di Iren Smart Solutions.

Intelligenza artificiale e machine learning, un ruolo chiave

«È da tanto che aspettavamo questo momento e da ora in avanti possiamo finalmente presumere una crescita esponenziale del numero delle CER, con una conseguente riduzione delle emissioni di CO2 e un maggior coinvolgimento dei cittadini nella transizione energetica.

Sarà fondamentale avere alla base un software intelligente che permette alla comunità di ottimizzare e massimizzare i benefici per tutti i soggetti coinvolti. Una soluzione basata sull’intelligenza artificiale e il machine learning per generare algoritmi in grado di prevedere il fabbisogno energetico di tutti i membri della comunità e degli asset utilizzati, quali pompe di calore, veicoli elettrici, pannelli fotovoltaici e sistemi di accumulo energetico», afferma Gianluca Corbellini, CEO e co-founder di Hive Power.

Italia Solare, attenzioni a esclusioni impreviste

«L’entrata in vigore del Decreto che dà il via alle CER e alle configurazioni di autoconsumo condiviso è un’ottima notizia. L’obiettivo è di 5 GW al 2027, ma Italia Solare ipotizza almeno altri 12 GW da questa tipologia di impianti, circa il 15% dell’obiettivo del fotovoltaico entro il 2030.

Positivo il fatto che gli impianti ammessi a contributo debbano entrare in esercizio entro 18 mesi dalla data di ammissione al contributo, così come il contributo a fondo perduto, a valere sulle risorse del PNRR, fino al 40% dei costi ammissibili per le comunità i cui impianti sono realizzati nei Comuni con meno di 5mila abitanti.

Resta un punto di attenzione in merito agli impianti che possono far parte di una CER. Nelle FAQ presenti sul sito del MASE si legge: “Tali impianti sono generalmente di nuova costruzione, anche se possono far parte di una CER impianti già realizzati, purché entrati in esercizio successivamente alla data del 16 dicembre 2021 (data di entrata in vigore del D.lgs. 199/2021) e comunque successivamente alla regolare costituzione della CER. Inoltre, ai fini dell’accesso ai benefici previsti dal Decreto di incentivazione, gli impianti non devono beneficiare di altri incentivi sulla produzione di energia elettrica”.

Questo è in linea con le regole europee, ma rischia di tagliare fuori buona parte di coloro che hanno realizzato impianti fotovoltaici dopo il 16 dicembre 2021, però confidando in un successivo inserimento in una CER, soprattutto alla luce del fatto che il provvedimento è entrato in vigore con 19 mesi di ritardo». Così afferma Andrea Brumgnach, Vicepresidente di Italia Solare e coordinatore del gruppo di lavoro CER e autoconsumo dell’associazione.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di marzo 2024 di Energia&Mercato