Decreto Bollette e Data center. La partita geopolitica dell’AI si gioca sulle infrastrutture

Decreto Bollette e Data center
Giulio Fazio, Partner di LEXIA

Il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale è oggi polarizzato sui rischi dell’“intelligenza artificiale generale”, sull’etica e sugli impatti occupazionali.

Molto meno attenzione viene dedicata alla dimensione “hard” dell’AI: l’infrastruttura fisica senza la quale nessun algoritmo può funzionare. L’intelligenza artificiale è potenza di calcolo, e la potenza di calcolo è data center, come sottolineato nelle scorse settimane in un articolo online a firma di Andrea Pignataro.

L’Europa è indietro

La capacità computazionale globale è oggi concentrata in larga misura negli Stati Uniti e in Cina. L’Europa, pur avendo competenze scientifiche di prim’ordine, non dispone ancora di una strategia pienamente coordinata sul piano infrastrutturale.

Il Nord Europa – grazie a energia rinnovabile abbondante, reti robuste e clima favorevole al raffreddamento – si candida a ospitare nuovi poli, ma l’Unione fatica a esprimere una politica industriale unitaria, come accade in altri settori strategici.

Perché i data center si sviluppino occorrono condizioni precise: energia competitiva, rete efficiente, sistemi di back-up affidabili e un contesto finanziario capace di distribuire i rischi. La sostenibilità ambientale e l’accettabilità sociale, come dimostra il recente manifesto di Microsoft sul futuro dell’AI responsabile, non sono solo questioni etiche, ma fattori economici determinanti.

Serve un salto normativo in Italia

In questo quadro, se l’Italia vuole giocare un ruolo, deve intervenire sul terreno regolatorio. Il sistema attuale è segnato da una frammentazione autorizzativa: titolo edilizio, eventuale VIA o AIA, prevenzione incendi, ulteriori autorizzazioni ambientali e connessioni di rete. La moltiplicazione dei pareri genera incertezza e dilata i tempi, incidendo direttamente sulla bancabilità dei progetti.

Decreto Bollette e Data Center

Il d.l. 21/2/2026 n. 21 (“decreto bollette”) introduce un procedimento unico per la realizzazione e l’ampliamento dei data center e delle relative reti di connessione, con un termine massimo di conclusione fissato in dieci mesi, prorogabile in casi eccezionali.

È una novità rilevante: la concentrazione dei titoli in una conferenza di servizi strutturata può ridurre il rischio di inerzie e sovrapposizioni. L’esperienza delle autorizzazioni uniche per le rinnovabili insegna, tuttavia, che la semplificazione funziona solo se il termine decorre in modo effettivo e se l’amministrazione procedente coordina realmente tutti i pareri, senza scaricare sull’operatore l’onere di “inseguire” le amministrazioni.

Accanto a ciò, il disegno di legge delega approvato alla Camera mira a costruire una cornice organica per il settore, demandando al Governo l’adozione di decreti legislativi che coordinino pianificazione, sostenibilità, classificazione delle attività (anche il profilo ATECO) e semplificazione procedurale. Se ben attuata, la delega può completare il percorso avviato dal decreto-legge, introducendo certezza e uniformità nazionale.

Attenzione ai tempi

Il fattore tempo resta decisivo. In Paesi come Olanda, Norvegia o Irlanda, le decisioni urbanistiche possono intervenire in pochi mesi; in Italia il rischio di superare l’anno non è remoto. In un settore in cui il time-to-market determina il vantaggio competitivo, mesi di ritardo possono equivalere a quote di mercato perse.

Gli investimenti in data center sono capital intensive e strutturati, come nelle rinnovabili, con elevata esposizione iniziale. La stabilità regolatoria diventa quindi condizione di bancabilità. In questo contesto assumono rilievo i PPA e le misure di supporto introdotte dal decreto, inclusi gli interventi su piattaforme di negoziazione, il ruolo di SACE e le future determinazioni di ARERA in materia di connessione.

Una compliance predittiva

Come ricorda Katharina Pistor ne The Code of Capital, le regole giuridiche modellano l’industria. Oggi la sfida è progettare infrastrutture conformi, non solo, al diritto vigente, ma a quello in evoluzione. Serve una compliance predittiva, capace di anticipare standard ambientali, requisiti energetici e aspettative delle comunità locali. È qui che la consulenza legale può fare la differenza: integrando competenze regolatorie, industriali e finanziarie, per trasformare l’incertezza normativa in vantaggio competitivo.

Un data center si costruisce in pochi mesi; ciò che spesso richiede più tempo è la costruzione del percorso autorizzativo. In un contesto normativo in evoluzione – tra procedimento unico, futura attuazione della legge delega, regolazione delle connessioni e progressivo irrigidimento degli standard ambientali – la vera sfida riguarda anche la professione legale.

L’avvocato che assiste operatori e investitori non può limitarsi a presidiare il contenzioso o a verificare la legittimità formale degli atti: deve comprendere il modello industriale, la struttura finanziaria e le dinamiche della rete elettrica, integrando diritto amministrativo, regolazione energetica e contrattualistica complessa.

In un settore in cui il time-to-market incide direttamente sul vantaggio competitivo, la competenza tecnica dell’avvocato diventa parte dell’infrastruttura stessa del progetto. Non si tratta di accelerare artificialmente i tempi, ma di governarli con metodo e visione, prevenendo criticità istruttorie, anticipando l’evoluzione degli standard e rendendo l’investimento giuridicamente sostenibile nel tempo. Così da trasformare l’incertezza normativa in un elemento gestibile e compatibile con le esigenze industriali e finanziarie dell’operazione.