Al futuro dei data center in Italia serve un’azione di sistema, che metta insieme aziende del settore, utility e strategia industriale del Governo. Il rischio è di perdere un’occasione importante per l’economia nazionale, a causa dei ritardi burocratici e di tentazioni “nimby”.
«Il forte interesse del mercato per i data center è evidente – racconta Andrea Faeti, Sales Director Enterprise Account Italia di Vertiv – con un grande lavoro di sviluppo progettuale in Italia, con una forte concentrazione in Lombardia. In realtà, l’effettiva realizzazione degli impianti procede più lentamente rispetto alle attese, a causa di lungaggini burocratiche e problemi di disponibilità energetica».
Burocrazia e tempi di realizzazione frenano gli investimenti
Un primo ostacolo è proprio il fattore tempo. Il ciclo completo di realizzazione di un data center in Italia, dall’ideazione alla piena operatività, richiede nel migliore dei casi almeno tre anni.
Ci si può lavorare sul fronte tecnologico, con approcci ibridi o modulari che possono anche dimezzare i tempi di implementazione, e si guarda con attesa al nuovo decreto legge che dovrebbe unificare i due attuali processi autorizzativi (regionale e nazionale), velocizzando il via libera a circa 13 mesi.
Il rischio è perdere un treno da circa 86 miliardi di euro, considerando il comparto e l’indotto.
«C’è il rischio che la potenza computazionale, banalmente le GPU, sia pronta all’uso prima che l’iter autorizzativo sia concluso – osserva Federico Mastroleo, Senior Sales Director, Colocation & Hyperscale EMEA di Vertiv – portando l’investitore a scegliere un’altra location, per accelerare i lavori e raggiungere prima il ROI».
La sfida del consenso
Un secondo ostacolo è la crescente ostilità di una parte dell’opinione pubblica ai data center, sulla scia di quanto sta già accadendo negli Stati Uniti, replicando i fenomeni Nimby che già hanno colpito le energie rinnovabili.
«Serve un’azione di sistema – spiega Mastroleo – per informare il pubblico sia sui benefici dei data center per l’economia locale, sia per le possibili pratiche di sostenibilità e di economia circolare che si potrebbero mettere in azione. Il dialogo con il territorio e la comunità è fondamentale per attivare dei meccanismi virtuosi. E per questo è fondamentale il ruolo delle amministrazioni e delle utility».
Politica e utility chiamate a fare squadra
L’attenzione della politica verso i data center, grazie soprattutto all’hype dell’intelligenza artificiale, è enormemente aumentata negli ultimi anni. C’è ormai piena consapevolezza dell’importanza della sovranità digitale e di non perdere terreno nell’intelligenza artificiale, rispetto a quanto fatto in altri paesi.
Energia, recupero del calore e nuovi modelli operativi
Le utility, invece, sono attori chiave per la sostenibilità dei data center. In primis perché l’energia è il loro mestiere: sono in grado di integrare rinnovabili e fonti tradizionali, gestire progetti di PPA per calmierare il prezzo di acquisto dell’elettricità.
Ma possono anche riutilizzare asset industriali dismessi ma già energizzati, oppure essere coinvolte in progetti di riutilizzo del calore dei data center, ad esempio per il teleriscaldamento, come già avviene a Brescia e si sta ipotizzando a Milano.
«Abbiamo anche ipotizzato dei modelli di infrastrutture quasi autonome – spiega Faeti – in cui un data center di piccole dimensioni viene alimentato da energia solare durante il giorno e da una combinazione di sistemi di accumulo e fonti programmabili nelle ore notturne o nelle giornate nuvolose», ma si tratta comunque di un modello a oggi non proponibile per i grandi data center.
A ridurre l’impatto energetico e ambientale dei data center contribuiranno invece altre tecnologie, come sistemi di distribuzione in corrente continua e ad alta tensione per ridurre le perdite. O il liquid cooling, che produce fluidi a temperature più elevate e, quindi, più preziose per alimentare il teleriscaldamento.
L’importante è impostare, entro i prossimi 12-18 mesi, una collaborazione pubblico-privato che consenta di ingranare una nuova marcia nello sviluppo in Italia, affrontando queste criticità.
E andare così a recuperare il ritardo accumulato non verso giganti come USA e Cina, ma banalmente verso gli altri paesi europei, che si sono già dotati di programmi nazionali strutturati e fanno lobby a livello europeo.
Non solo la Lombardia: emergono nuovi poli per i data center
Si tratta di un’opportunità importante non solo per la Lombardia, a oggi ancora protagonista con oltre l’80% degli investimenti in grandi campus data center, ma anche di altre zone in ascesa.
Roma, in primis, ma anche l’outsider Puglia (che ha grande capacità di generazione di energia rinnovabile, non pienamente sfruttata) e Liguria (in questo caso, a fare la differenza è la vicinanza a importanti cavi sottomarini per il trasporto dati).
La lezione europea: creare ecosistemi, non singoli impianti
L’esperienza estera insegna, infatti, che i progetti di data center si concentrano in aree di sviluppo relativamente concentrate, capaci di bilanciare disponibilità di energia, connettività, aree industriali dismesse adatte e, soprattutto, la presenza di una filiera dedicata con competenze specializzate. Con ricadute economiche positive sul territorio e sull’occupazione.