Rinnovabili, biometano e storage: che cosa interessa a fondi di investimento e utility, nel mercato italiano delle rinnovabili?
A KEY 2025 lo abbiamo chiesto a Iacopo Magrini, CEO e Founding Partner di Green Horse Engineering, una società di advisory che unisce competenze legali, finanziarie e di sviluppo di progetti.
Focalizzata sui progetti utility scale, Green Horse lavora con grandi fondi e utility, che investono nella transizione energetica in modo industriale e duratura nel tempo.
AG. Come viene guardato il mercato italiano delle rinnovabili da parte degli investitori?
IM. Tra i fondi di investimento è tornato un grande interesse per il nostro mercato, dopo il forte rallentamento avvenuto nel corso del 2024 a causa di alcuni cambiamenti normativi.
Alcune iniziative in corso sono state bloccate, altre addirittura cancellate perché, con le nuove norme, non erano banalmente più sostenibili.
Ora che la normativa si sta assestando e le regole del gioco stanno diventando più chiare, il mercato sta ripartendo. Il problema di fondo è sempre la certezza e chiarezza della legge, soprattutto per gli investitori esteri che non sono assolutamente abituati ai repentini cambi normativi, che avvengono in Italia.
Oggi, con il Decreto FER X transitorio, si sono aperte nuove prospettive di investimento e c’è molta richiesta per opportunità ready to build.
Certo, nel fotovoltaico lo scenario è cambiato: non è praticamente più possibile fare impianti classici a terra, si va invece verso l’agrivoltaico. Una complicazione per l’investitore, perché alle attività di gestione del solo impianto si aggiunge quella agricola. Una complessità che richiede nuove competenze, lontane dal core business tradizionale. Ma direi che gli investitori non si sono fatti scoraggiare.
AG. Nell’ultimo paio di anni abbiamo visto molte iniziative, anche di player importanti, nel biometano. È un ambito che sta entrando nei radar dei fondi di investimento?
IM. Il settore sta affrontando un grande cambiamento, che riguarda il passaggio dal biogas al biometano.
Non più un piccolo impianto per produrre energia elettrica, ma una realtà industriale a tutti gli effetti, che avrà bisogno di una filiera completa di approvvigionamento della biomassa e di una scala maggiore.
È un business interessante, ma non semplice perché richiede delle competenze specialistiche. Basti pensare che la quota di incentivazione, nonostante una parte a fondo perduto, non è stata esaurita. E questo per diverse ragioni.
C’è un investimento Capex rilevante. L’allaccio di un impianto alla rete di distribuzione ha senso solo al superamento di una certa dimensione e capacità produttiva, ad esempio, perché altrimenti non si possono assorbire i costi.
Ma per produrre bisogna poter contare su una filiera di biomassa affidabile e ampia. Con la nuova normativa, non si possono dedicare alla produzione di biometano colture agro-energetiche, ma solo scarti dell’agroalimentare, FORSU, secondo taglio e poco altro.
Servono quindi impianti vicini alla rete di distribuzione del gas e alle zone di approvvigionamento di biomasse, con capacità di gestione specifiche. Non è assolutamente un business banale.
AG. E il biogas tradizionale, invece?
IM. Bisogna in effetti capire che cosa ne sarà degli impianti di biogas che, finora, hanno prodotto energia elettrica.
Presi singolarmente, sono troppo piccoli per sopportare il passaggio al biometano. Ma, sommandoli, si ottengono almeno 1,5 GW di energia elettrica prodotta e che non ha senso gettare via.
Vedremo che scelte farà il legislatore in questo ambito, ma probabilmente molti di questi impianti continueranno a produrre energia elettrica.
AG. Un altro tema al centro dell’attenzione per il 2025 è lo storage: è anche nei radar dei fondi di investimento?
IM. Questo mercato è spesso poco conosciuto, anche perché segue logiche molto diverse da eolico e fotovoltaico. Non si tratta di stipulare PPA, né di avere sussidi, almeno fino alla prima asta dei meccanismi di incentivazione, in arrivo nei prossimi mesi.
Guardando alle richieste di autorizzazione presentate finora, però, vediamo che sono già enormemente in esubero rispetto agli incentivi; quindi, il modello di business non si basa su questi.
Credo che nei prossimi anni vedremo la nascita di un mercato di servizi basati sullo storage, qualcosa di completamente nuovo e a cui non siamo abituati. Ma questo processo dovrà innescarsi nei prossimi anni, con la possibilità di operare nel mercato dei servizi energetici e il calo dei costi delle batterie.
All’estero ci sono già casi di questo tipo e si apriranno delle opportunità anche in Italia. Ma, oggi, nessuno è oggettivamente ancora pronto: né le banche, né gli operatori.
AG. In Italia si moltiplicano i fenomeni NIMBY di opposizione a qualunque tipo di impianto rinnovabile. Quanto sono un ostacolo agli investimenti?
IM. Si tratta spesso di posizioni incomprensibili, anche perché i detrattori del fotovoltaico portano sempre i soliti argomenti. Credenze già ampiamente smentite, come il fatto che un impianto fotovoltaico renda sterile il terreno su cui sorge.
Il CNR ha dimostrato che il fotovoltaico può, invece, addirittura migliorare l’indice di fertilità di un terreno. Consideriamo poi che la maggior parte degli impianti fotovoltaici sono completamente reversibili: non prevedono fondazioni in cemento né plinti per sostenere i pannelli.
I locali tecnici sono spesso appoggiati su platee prefabbricate e appoggiate sul terreno: smantellato l’impianto, possono essere portati via. Anche i cavi vengono spesso messi a terra senza corrugati, senza impatto nel sottosuolo.
Insomma, hai una forma di produzione di energia che non usa combustibile ed è reversibile: è insensato opporsi.
Tutte queste posizioni non hanno alcuna base scientifica e devono essere sanate, con la giusta divulgazione, o non usciremo mai dalla nostra situazione di dipendenza energetica, che ci espone alle turbolenze geopolitiche.