Le quote di carbonio sono una opportunità interessante per gli investitori? Negli ultimi mesi, e nonostante l’elezione alla presidenza statunitense di Donald Trump (non proprio un portabandiera della transizione green), diverse analisi hanno riportato l’attenzione sui diversi sistemi ETS e sul potenziale rendimento ottenibile dal trading di “carbon allowances”, o quote di emissione di carbonio.
Non parliamo di crediti, ma di quote
Un ambito ben diverso è quello dei crediti di carbonio (di cui parliamo in fondo all'articolo), in cui sempre nello scorso mese di novembre è arrivata una novità importante dalla COP29 di Baku. Questi due mercati sono ben diversi e non vanno assolutamente confusi.
Che cosa è un ETS
Decine di Paesi, tra cui l’Unione Europea, l’India, il Brasile, la Cina, l’Australia e alcuni stati USA, hanno implementato un sistema di Emissions Trading System (ETS), assoggettando cioè una serie di settori a un limite sulla quantità di gas serra liberati nell’atmosfera. Con un’estrema semplificazione: per ogni tonnellata di CO2 emessa, un’azienda deve essere in possesso di una quota, altrimenti, può acquistarla sul mercato. Se ne ha in eccesso, può venderla. Le regole di funzionamento sono assai più complesse e variano di paese in paese, ma il meccanismo di base è quello di un mercato di limitazione e scambio.
È disponibile un numero limitato di quote di carbonio (o carbon allowances) il cui prezzo varia inevitabilmente in base alla domanda. Con la differenza fondamentale che il numero di quote disponibili diminuisce di anno in anno, in base agli obiettivi di riduzione delle emissioni fissate dalle Autorità. Per questo, secondo alcune case di investimento, costituiscono una asset class interessante: perché il loro valore potrebbe crescere nei prossimi anni.
L’Unione Europea
L’ETS Europeo, introdotto in una prima forma nel 2005, ha portato finora a una riduzione delle emissioni pari al 34,6%, dimostrando l’efficacia di un simile meccanismo, quando accompagnato da altre policy di sostegno, incentivi compresi. Al sistema aderiscono anche Norvegia, Liechtenstein e Islanda, coinvolgendo al momento circa 11mila operatori.
Nel 2025, la nuova Commissione Europea dovrà occuparsi di ridefinire gli obiettivi di riduzione delle emissioni, in un contesto in cui il rischio geopolitico legato all’energia resterà probabilmente molto alto. Non è da escludersi una stretta agli obiettivi di emissione, con la conseguente riduzione del numero di quote disponibili per i prossimi anni e un aumento del loro valore sul mercato. Un altro stimolo al mercato (e al prezzo) potrebbe arrivare dalla revisione dell’ETS stesso, in agenda per il 2026.
Stati Uniti
Ma non c’è solo l’Europa. Anche con quattro anni di amministrazione Trump davanti a noi, gli USA restano un mercato interessante per le quote di carbonio. Se è assai improbabile che il neopresidente lanci iniziative federali, restano in vigore quelle presenti nei singoli Stati, che hanno già resistito a diverse sfide legali e non potranno essere agilmente smantellate da azioni federali.
Possiamo anzi aspettarci un rafforzamento dell’ETS in vigore in California, così come della Regional Greenhouse Gas Initiative (RGGI) in vigore nel nord-est e su parte della costa atlantica. L’indipendenza del singolo stato nella gestione dei mercati di carbonio permette di perseguire gli obiettivi climatici in barba a quello che succede a Washington e diversi stati democratici stanno lavorando per rafforzare il loro posizionamento su questo tema.
Una spinta federale ai combustibili fossili, ha recentemente sottolineato in un’analisi Luke Oliver, Head of Climate Investments di KraneShares, potrebbe avere l’effetto indesiderato di fare aumentare la domanda di quote a livello statale. Infine, evidenzia sempre Oliver, non è da escludersi che l’amministrazione Trump si impossessi del tema carbonio, imponendo dei veri e propri dazi sulla CO2, analoghi al Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) di Unione Europea e Regno Unito.
La Cina
Introdotto nel 2021, l’ETS cinese è ancora ai primi passi: include, infatti, solo gli operatori del settore energetico e del riscaldamento. Nonostante, per dimensioni, sia già il più grande del mondo, con 5 Gt di CO2, cioè il 15% delle emissioni globali, purtroppo la sua efficacia è ancora limitata, per una serie di ragioni. In un’analisi, Luke Oliver di KraneShares ha evidenziato come i permessi di emissione siano poco costosi e le sanzioni basse.
L’approccio cinese, poi, si distingue da quello europeo perché non fissa un tetto massimo alle emissioni dell’economia nazionale: prevede piuttosto un livello variabile in base alla crescita economica attesa e, soprattutto, modificabile con l’andamento reale della produzione.
Le cose potrebbero, comunque, cambiare nei prossimi anni. Il Dragone sta infatti pianificando di estendere il mercato a settori come la raffinazione del petrolio, la chimica, ferro e acciaio, i metalli non ferrosi, l’aviazione, la carta e altri. Se la Cina si dotasse di un approccio al prezzo delle quote di emissione orientato al mercato, i proventi della messa all’asta delle quote potrebbero trasformarsi in enormi risorse da investire per mitigare l’impatto del cambiamento climatico.
Verso un mercato globale dei crediti di carbonio
Tra i pochi risultati della COP29 di Baku c’è l’accordo (di massima) sull’avvio di un mercato unico, indipendente e globale per i carbon credit, detti anche crediti di carbonio o crediti di emissione. Un sistema di scambio volontario di crediti ottenuti tramite progetti che evitano la produzione di CO2 nell’atmosfera, oppure catturano quella già esistente.
Il mercato era previsto dall’articolo 6 del Trattato di Parigi, datato 2015. Ci sono voluti anni, con un’accelerazione nell’ultimo triennio, per arrivare a un accordo di massima sulle regole di creazione di questo nuovo mercato. Che richiederà qualche anno ancora.
Ma, quando pienamente operativo, anche il mercato dei crediti di carbonio potrebbe valere miliardi di dollari. È prevista infatti la definizione dei criteri per ottenere i crediti ammessi al mercato globale, risolvendo il nodo della verifica della qualità e dei reali impatti dei progetti realizzati.
Questa garanzia di qualità dei crediti potrebbe riportarli in auge, dopo la recente crisi seguita alle accuse di greenwashing e ai dubbi sull’operato delle aziende private che, finora, si sono occupate della loro certificazione. Non mancano, ovviamente, le questioni ancora da risolvere ed è probabile che ci vorranno alcuni anni. Ma per i crediti di carbonio, il cui prezzo è al momento piuttosto basso, potrebbe essere un’occasione di rilancio.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2024 di Energia&Mercato. Se vuoi ricevere Energia&Mercato, puoi abbonarti nel nostro shop.