Il rilancio del nucleare europeo? Potrebbe passare dai green bond

Come per ogni crisi energetica, si torna a parlare di nucleare. Mentre il commissario europeo all’energia Dan Jørgensen invita a ridurre gli spostamenti in seguito al conflitto in Iran, puntualmente si torna a parlare dell’atomo come strumento per diversificare il mix energetico del vecchio continente.

I tempi necessari a costruire una centrale nucleare, lo sappiamo, sono poco adatti a risolvere la crisi nel breve termine, ma dopo una nuova replica dello psicodramma sulla dipendenza europea dall’estero (dopo il Covid e la guerra in Ucraina, il blocco dello Stretto di Hormuz è l’ennesima variazione sul tema) è ormai chiaro che serve ragionare anche nel medio termine.

Anche in termini di investimenti. Una recentissima analisi di S&P Global Ratings stima che un incremento potenziale della capacità nucleare pari a 60 GW entro il 2050, definita “conservativa” dagli autori, possa portare a un mercato del debito pari a 700 miliardi di euro.

A sostenere questi investimenti potrebbero essere soprattutto i Green Bond: il nucleare ricade infatti nella tassonomia green della UE. Certo, andranno rispettate determinate condizioni. Ma il piatto potrebbe essere ancora più ricco: S&P Global Ratings si spinge infatti a ipotizzare scenari con un incremento di capacità di 75 o addirittura 135 GW.

L’Italia, come sappiamo, è al palo dopo che ben due referendum, a distanza di decenni, hanno ribadito il no all’atomo. Intanto Francia, Paesi Baltici, Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e, fuori dalla UE, anche Regno Unito e Turchia investono in nuove costruzioni e estensione delle centrali esistenti.

Quanto costa e quanto rende

Questi progetti hanno un profilo di finanziamento del tutto particolare. I tempi di costruzione sono, infatti, lunghissimi. E l’investimento iniziale è molto elevato.

A oggi, il costo di costruzione è di oltre 10mila euro per kW, con costi tra i 10 e i 15 miliardi per ogni reattore, scrivono gli analisti di S&P. Per molti impianti, si interverrà per estendere la vita utile, un’opzione meno costosa e meno rischiosa, ma che comunque richiederà molto denaro.

Rendere sostenibili i costi

I green bond potrebbero venire in aiuto per finanziare questo enorme sforzo teso all’autonomia energetica. Il nucleare rientra infatti nella tassonomia EU come “attività transitoria”, a patto di rispettare una serie di norme rigorose sulla sicurezza e sulla gestione delle scorie (e ci mancherebbe altro).

Anche il CfD entrano in gioco per stabilizzare le entrate operative anche a fronte di prezzi di mercato volatili, abbattendo il rischio per gli investitori.

A questo potrebbero aggiungersi incentivi o altri meccanismi di garanzia statale, come quelli in vigore in Repubblica Ceca, Polonia e Francia. Più difficile, secondo S&P, replicare in Unione Europea il modello british “RAB”, che consente flussi di cassa regolamentati già durante la fase di costruzione, a tutela degli investitori.

Il tutto, ovviamente, a patto che ci sia la volontà politica di superare le resistenze di una parte dell’opinione pubblica di fronte a una tecnologia che viene spesso percepita come assai lontana dall’idea comune di “green”.