Che cos’è l’economia circolare? In che misura il riuso delle materie prime e la circolarità dei consumi potranno contribuire alla salvaguardia del pianeta e al mantenimento di un benessere diffuso evitando danni irreversibili a carico delle generazioni future?
Qual è il ruolo delle imprese, e del settore energetico in particolare, nell’attuazione di un modello che consenta di scongiurare la catastrofe ambientale senza mortificare lo sviluppo economico?
Ad alcuni di questi interrogativi negli ultimi mesi hanno risposto diverse ricerche, studiando le azioni messe in campo dalle aziende per adottare le direttive emanate dagli enti sovranazionali e recepite dai singoli governi in materia di economia circolare, stimandone l’impatto e identificando quali iniziative future serviranno per attuare compiutamente il nuovo paradigma.
Italia, prima in classifica
La terza edizione del “Rapporto 2021 sull’economia circolare in Italia” del CEN - Circular Economy Network, la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile con il supporto di aziende e associazioni di impresa, è stato realizzato in collaborazione con Enea e ha rendicontato le performance nazionali nella transizione all’economia circolare, comparandole con quelle dei principali Paesi europei attraverso un articolato sistema di indicatori.
All’Italia va il primo posto in classifica, davanti a Germania, Francia, Spagna e Polonia, che per effetto della Brexit risulta la quinta economia europea. Il primato italiano emerge dall’analisi dei risultati raggiunti nelle aree della produzione, del consumo, della gestione circolare dei rifiuti, degli investimenti e dell’occupazione nel riciclo, nella riparazione, nel riutilizzo.
L’indice di performance ottenuto sommando i punteggi nei singoli ambiti per l’anno 2021 assegna 79 punti all’Italia, seguita dalla Francia con 68 punti, da Germania e Spagna con 65 punti e dalla Polonia, 54 punti.
La strada è tracciata
Il primato è destinato a consolidarsi grazie ad alcuni importanti progressi normativi compiuti dal nostro Paese, tra cui l’approvazione dei decreti attuativi per il recepimento delle direttive europee in materia di rifiuti contenute nel Pacchetto Economia Circolare, pubblicati nella Gazzetta ufficiale nel settembre 2020.
Si tratta di una serie di misure orientate a prevenire la produzione di rifiuti, incrementare il recupero di materie prime seconde, portare il riciclo dei rifiuti urbani ad almeno il 65% entro il 2035, ridurre a meno del 10% entro la stessa data lo smaltimento in discarica.
Entro il marzo 2022 dovrà poi essere approvato il Programma nazionale di gestione dei rifiuti, mentre il nuovo Piano Transizione 4.0, più orientato alla sostenibilità rispetto al precedente Piano Industria 4.0, introduce agevolazioni per gli investimenti delle imprese finalizzati all’economia circolare.
Serve un ripensamento radicale
Benché necessarie e significative, le misure fin qui approvate non sono tuttavia sufficienti. Il ciclo dei rifiuti riguarda infatti solo la parte conclusiva del processo dell’economia circolare, per il cui compimento serve invece un radicale ripensamento dei processi di consumo lineare, in un nuovo paradigma capace di mantenere i prodotti nel circuito il più a lungo possibile allungandone il ciclo di vita.
La transizione richiederà molto tempo e un ammontare di investimenti ben più significativo di quanto messo in campo fino a oggi, almeno in Italia. Lo sottolinea Davide Chiaroni, Vicedirettore dell’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, introducendo il primo Circular Economy Report del gruppo di ricerca, presentato lo scorso gennaio: un’indagine condotta su 150 aziende di quattro macro-ambiti industriali – Costruzioni, Automotive, Impiantistica Industriale, Resource & Energy Recovery – che ha confermato la rilevanza crescente che le imprese assegnano a questo modello produttivo.
Le imprese si sono attivate
«Il 62% delle aziende coinvolte nella nostra ricerca ha implementato almeno una pratica di economia circolare o ha supportato altre imprese nel farlo (10%). Del restante 38%, il 14% ha già chiara la volontà di intraprendere almeno un’iniziativa nel prossimo triennio, mentre solo il 24% del totale è indifferente al tema.
Il settore Resource & Energy Recovery è il più avanzato, mentre le imprese automotive sono più legate a logiche e processi di consumo lineare», afferma Chiaroni. Che fa tuttavia notare come, sebbene le cifre possano destare un cauto ottimismo, proprio le imprese più attive sono le prime a riconoscere che la strada è ancora lunga. «Benché il processo si sia attivato, siamo ben lontani dal poter affermare che in Italia, per lo meno nei settori presi in esame, sia diffusa l’economia circolare».
Tra i fattori che hanno spinto le imprese all’adozione di pratiche manageriali per l’economia circolare vi è la presenza di incentivi e di leggi o regolamenti a supporto della transizione, anche se non va sottovalutata l’importanza della visione manageriale e imprenditoriale, che identifica nel nuovo paradigma un’opportunità di sviluppo e una leva competitiva.
Se la diffusione del modello circolare è favorita dall’agenda politica attraverso incentivi, leggi e visione manageriale, trova tuttavia un ostacolo nell’incertezza dei decisori e nei costi degli interventi.
Un modello di business trasformativo
Dati analoghi emergono dallo studio “Seize the change: futuri sostenibili”, promosso da EY su un campione di 260 aziende tra cui diversi operatori del settore energetico, presentato lo scorso 8 febbraio in occasione dell’EY Sustainability Summit. L’analisi esplora l’integrazione della sostenibilità nel business delle aziende nazionali attraverso i pilastri che ne sostengono le pratiche e la continua evoluzione.
Tra queste, l’economia circolare è percepita come un ripensamento strategico dell’intera organizzazione in quanto – si legge nella ricerca – separare la crescita economica dall’impiego di risorse naturali presuppone la capacità di superare la divisione tra settori industriali, in un modello di business trasformativo.
Dall’indagine EY emerge che l’84% delle aziende intervistate ha avviato un processo strutturato con l’obiettivo di analizzare i propri processi operativi, anche se solo il 2% del campione ha rivisto i propri processi con l’intento di massimizzare il valore delle materie prime in ingresso, mentre l’8% punta a minimizzare l’impatto a valle della filiera produttiva.
Un’azienda su tre definisce obiettivi generici o azioni puntuali in relazione a temi di economia circolare, il 40%, mette in atto iniziative di economia circolare, mentre poco più del 15% dichiara di avere una strategia legata all’economia circolare.
Una leva per il rilancio
Gli stanziamenti europei a favore dell’economia circolare sono consistenti, prevedendo 454 miliardi di euro di fondi strutturali e di investimento destinati a più di 500 programmi in tutto il continente, a cui si aggiungono 183 miliardi (637 in totale) di cofinanziamenti nazionali da parte degli Stati membri; altri 26 miliardi sono a carico del bilancio dell’Unione Europea, più ulteriori 7,5 miliardi riservati dall’EIB-European Investment Bank al fondo europeo per gli investimenti strategici.
Infine, ammontano a 900 miliardi i fondi del Recovery Plan dalla Commissione Europea per la transizione ecologica nel prossimo decennio, di cui l’economia circolare è uno dei cardini. Per quanto riguarda l’Italia, oltre ai 4,24 miliardi di euro per investimenti pubblici stanziati con la Legge di Bilancio 2020 a favore del Green New Deal, in cui rientrano anche interventi di economia circolare, il MISE finanzia le imprese per la riconversione delle attività produttive verso un modello circolare con 157 milioni di euro in finanziamenti agevolati e 62,8 in contributi alla spesa.
Il PNRR prevede fondi per 2,1 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi per la realizzazione e l’ammodernamento di impianti per il trattamento e il riciclo dei rifiuti, con l’obiettivo di “colmare i divari relativi alla capacità impiantistica e agli standard qualitativi esistenti tra le diverse regioni” e di “raggiungere gli obiettivi previsti dalla normativa europea e nazionale”. Altri 600 milioni sono destinati a “Progetti faro”, iniziative innovative nell’ambito del riciclo.
Raddoppiare la circolarità dei consumi per dimezzare le emissioni
Uno dei focus del “Rapporto 2021 sull’economia circolare in Italia” elaborato dal CEN – Circular Economy Network in collaborazione con Enea riguarda il contributo dell’economia circolare alla riduzione delle emissioni di gas serra e al raggiungimento degli obiettivi dell’Unione Europea per la neutralità climatica entro il 2050.
Stando ai dati del Circularity Gap Report 2021 del Circle Economy, che misura la circolarità dell’economia mondiale, se si riuscirà a raddoppiare l’attuale tasso di circolarità dall’8,6% (dato 2019) al 17%, sarà possibile ridurre i consumi di materia in misura tale da abbattere del 39% le emissioni globali annue di gas serra.
Le parole chiavedell’economia circolare
Ridistribuzione; riutilizzo (riuso); rigenerazione (rilavorazione); riciclo (soltanto alla fine); risorse; re-design; proprietà vs pay-per-use. Sono queste le parole chiave dell’economia circolare.
Non è sufficiente ridurre l’utilizzo delle risorse, diminuendo la quantità di materiale usato per fabbricare i prodotti ed erogare i servizi, ma occorre anche prolungare l’utilizzo delle risorse e aumentare la vita dei prodotti, utilizzare materie prime rigenerative, sostituendo i combustibili fossili e i materiali non rinnovabili con energie e materiali rinnovabili, e riutilizzare le risorse, riciclando i rifiuti e reimpiegando le materie prime seconde.
Gli obiettivi dell’economia circolare
- Connettere più filiere che traggano beneficio e condividano parte delle risorse.
- Sostenere la stessa domanda di beni e servizi con un minor prelievo di risorse naturali.
- Sostenere l’espansione della domanda e non pratiche di austerità.
- Costituire ecosistemi circolari di player che lavorino insieme e spingano intere filiere tecnologico-produttive verso il nuovo approccio industriale.
- Costruire piattaforme per il bilanciamento tra la domanda e l’offerta di prodotti, materiali o risorse, creando mercati che facilitino la circolazione delle risorse all’interno del sistema.