Che idrogeno sarà? Tra PNRR, strategia nazionale e casi d’uso

Idrogeno tra PNRR, strategia nazionale e casi d’uso

Sarà la volta buona per l’idrogeno? L’Italia si conferma tra i protagonisti a livello europeo per la creazione di una filiera a idrogeno, con 3 miliardi di fondi dal PNRR, di cui 500 milioni dedicati allo sviluppo delle Hydrogen Valley.

Lo scorso novembre è arrivato un tassello atteso da tempo nel puzzle, cioè la Strategia Nazionale sull’Idrogeno del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Un documento che mette nero su bianco le linee guida per lo sviluppo di questo settore. E individua le priorità per lo sviluppo dell’offerta, con un accento forte sulle infrastrutture, e della domanda, individuando un elevato potenziale nell’industria e nella mobilità.

Investimenti, ambizioni e linee guida ci sono. Così come i fondi del PNRR, che però vanno usati in fretta. Serviranno ancora strumenti finanziari ad hoc e misure normative per favorire il calo dei costi e la valorizzazione di quelle competenze specialistiche che in Italia già sono presenti.

E che potrebbero rafforzarne la posizione sul fronte tecnologico e manifatturiero, con un idrogeno verde “Made in Italy”.

E occorrerà poi coinvolgere gli utilizzatori finali in progetti che crescano con il tempo. Una strategia complessa che richiede regole certe e chiare, procedure snelle e piena sinergia tra le azioni dei diversi apparati dello Stato e dell’Unione Europea, che proprio dell’idrogeno verde ha fatto uno dei pilastri del proprio futuro energetico.

Un’eterna promessa?

Di idrogeno, però, si parla ormai da decenni. E la distanza tra annunci passati e realtà di oggi è alla base dello scetticismo sugli effettivi tempi in cui la promessa dell’idrogeno potrebbe concretizzarsi, se mai lo farà. I dati AGICI mostrano che su oltre 1.900 progetti di idrogeno verde annunciati e censiti in una ricerca, solo 510 sono a uno stadio di realizzazione avanzato.

Per decarbonizzare l’industria e i trasporti pesanti nella sola Italia, ci dice l’Hydrogen Innovation Report 2024 dell’Energy&Strategy, servono 7,5 Mt di idrogeno verde ogni anno. La domanda potenziale è ancora maggiore. Ma l’obiettivo di adottarlo su larga scala resta lontano, nonostante se ne parli da anni.

L’Hydrogen Park ha già 22 anni

Gli scettici sottolineano, ad esempio, come sia ancora nelle fasi sperimentali il consorzio Hydrogen Park di Porto Marghera, nato nel 2003 con big come Eni, Edison o Sapio. Oltre due decenni che hanno permesso di sviluppare competenze ed expertise, con test di rilevanza e dimensioni sempre maggiori. Ma, appunto, ancora “sperimentale”, perché il resto del mondo si è mosso a velocità (e, forse, anche in una direzione) diversa.

Il caso Porto Marghera è, di per sé, unico. Perché lì, per anni, si è prodotto idrogeno non green, come sottoprodotto delle lavorazioni chimiche e dei derivati del petrolio.

Anche qui, un patrimonio di competenze che sarebbe perfettamente spendibile anche a livello internazionale e che attende di essere valorizzato.

La Hydrogen Valley Venezia

Si spera nel progetto Hydrogen Valley Venezia, sorta di evoluzione dell’Hydrogen Park, che produrrà idrogeno grazie a un sistema fotovoltaico nella zona industriale. E arriverà un impianto, nel 2026, per rifornire gli autobus a idrogeno del trasporto pubblico locale. Si tratta sempre di verbi al futuro, ma lo slancio (e i fondi) europei sono di dimensioni rilevanti.

C’est CHIC

Certo, c’erano in ballo 15 milioni di euro anche nel ramo milanese del progetto europeo “CHIC, Clean Hydrogen in clean Cities”, promosso a inizio secolo per diffondere l’idrogeno in quattro città europee, tra cui Milano.

Voleva dimostrare l’affidabilità e la sostenibilità dell’idrogeno come carburante per i mezzi di trasporto, creando stazioni di rifornimento, introducendo autobus a H2 nel TPL e valutandone prestazioni e impatto ambientale. Tra le iniziative, l’inaugurazione in pompa magna del distributore del quartiere Bicocca di Milano, nel 2004: finirà smantellato poco dopo.

Quali use case?

Ciò che non uccide fortifica, come si suol dire, e l’idrogeno verde è ancora sul tavolo della politica e dell’industria, con tutte le sue immense potenzialità. E il contesto geopolitico internazionale, negli ultimi due decenni, è decisamente cambiato. L’Unione Europea ha urgenza di trovare una propria indipendenza energetica, ed evidentemente anche tecnologica e strategica in senso lato.

Ecco quindi che l’obiettivo di portare l’idrogeno fuori dalle sperimentazioni, e dalle promesse, diventa prioritario. Tra i possibili casi d’uso, i settori hard to abate sembrano in prima fila: nel riscaldamento industriale si punta ad applicazioni piuttosto rapide e con buoni risultati.

Anche nei trasporti pesanti e nella mobilità continuano le sperimentazioni, soprattutto per veicoli come treni, navi, trasporto merci e trasporto pubblico. C’è poi lo stoccaggio di energia, con lo sfruttamento delle celle di combustibile per compensare i momenti e i periodi di bassa produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile.

L’idrogeno, con giudizio

Scegliere i giusti use case è fondamentale per concentrare le risorse pubbliche disponibili e favorire una rapida crescita dalla domanda, essenziale per stimolare l’innovazione tecnologica, ottenere economie di scala nella produzione e abbassare i costi complessivi. Lo ha già sottolineato in un report, nel 2022, l’IRENA, Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili: c’è il rischio di un ricorso indiscriminato all’idrogeno.

Non solo nelle progettualità, aggiungiamo noi, ma anche nella narrativa. Il pericolo è di raccontare questo vettore energetico come una sorta di panacea, anziché guardare alle oggettive sfide tecnologiche e infrastrutturali che andranno affrontate nei prossimi anni. Per poi valutare attentamente i casi di applicazione e decidere, quando è il caso, di privilegiare soluzioni più efficaci ed efficienti per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.

Eppur si muove

Anche a livello internazionale, dopo anni di attesa, sembra esserci un’accelerazione per quanto riguarda lo sviluppo delle infrastrutture. I verbi sono anche in questo caso coniugati al futuro, ma si parla già del 2030 per il SouthH2 Corridor, il corridoio meridionale dell’idrogeno che andrà dal nord Africa alla Germania, passando per Austria e Italia: la firma di una dichiarazione congiunta con Tunisia e Algeria è arrivata lo scorso gennaio.

Così come gli accordi con l’Arabia Saudita, che oltre all’Italia riguardano anche la Germania, Paese di destinazione di 200mila tonnellate di idrogeno verde nel 2030, secondo il MoU siglato qualche settimana fa. Mancano cinque anni: sarà la volta buona?

Parte H2InComune

Raccontare l’idrogeno sui territori, puntando soprattutto a decisori e tecnici dell’amministrazione pubblica locale. Nasce per questo H2InComune, un giro d’Italia organizzato dall’associazione di settore H2IT, che conta oltre 170 aziende associate lungo tutta la filiera, e RENAEL, Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali.

Si parte il 25 febbraio in Friuli Venezia Giulia per toccare, nei mesi successivi, Lombardia, Puglia, Toscana ed Emilia Romagna. A ogni incontro parteciperanno le agenzie energetiche locali, insieme a centri di ricerca, università e aziende del territorio, per raccontare i progetti in corso e coinvolgere gli amministratori pubblici in un confronto su opportunità e sfide dell’idrogeno.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2025 di Energia&Mercato. Se vuoi ricevere Energia&Mercato, puoi abbonarti nel nostro shop.