Italiani - ed europei - sono pronti a sostenere la transizione ecologica, purché questa sia “giusta”, accompagnata da misure eque, partecipative e socialmente sostenibili. Le ultime ricerche realizzate per Fondazione Lottomatica fotografano un’Italia consapevole ma prudente per quanto riguarda i temi ambientali.
E con una buona fetta di Paese che ammicca al nucleare.
Le preoccupazioni sulla transizione
Combattere il cambiamento climatico è un imperativo per il futuro dell’Europa e dell’intero pianeta. Con il Green Deal del 2019 e l’impegno dei Paesi dell’Unione nel raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, sono sorte però perplessità e questioni legate alle implicazioni sociali ed economiche che queste politiche verdi possono avere, soprattutto su specifici settori produttivi, comunità e territori.
In questo contesto, a fare chiarezza è il Barometro eco-sociale, un’indagine realizzata da Percorsi di Secondo Welfare per Fondazione Lottomatica e curata da Maurizio Ferrera, professore dell’Università degli Studi di Milano e Scientific Supervisor del documento, quest’anno alla sua seconda edizione.
Dal report emerge che tra il 45% e il 55% dei cittadini europei teme possibili effetti negativi delle politiche green su fasce vulnerabili come persone con basso livello di istruzione, residenti in aree rurali, famiglie con figli, anziani, piccole imprese e soggetti a basso reddito. Il 65% degli europei chiede inoltre una distribuzione giusta dei sacrifici e il 45% è disponibile ad accettare il cambiamento solo se riceve qualcosa in cambio: più tempo, più servizi, più giustizia.
«Oggi si parla sempre meno dei problemi climatici e della transizione energetica che serve per affrontarli, ma questa resta una sfida cruciale per il nostro futuro. Perché avvenga, sia efficace ed equa occorre però essere pragmatici. La rielezione di Trump e il disimpegno globale degli USA sul clima impone all’Europa azioni incisive, che però devono tener conto delle paure delle persone» ha spiegato il professor Ferrera.
«I cittadini italiani ed europei, contrariamente a quanto si pensi, percepiscono il bisogno di interventi forti sul clima, ma al contempo temono conseguenze economiche e sociali sulle loro vite. Per questo l’UE deve rafforzare la dimensione sociale della transizione, proteggendo i più vulnerabili, coinvolgendo comunità e territori, e mostrando che il cambiamento può generare opportunità concrete di progresso collettivo».
Nucleare: chi non muore si rivede
Nel contesto appena delineato, torna dirompente anche il discorso sul nucleare. A quasi 40 anni dal referendum che nel 1987 aveva decretato l’abbandono dell’energia nucleare, a maggio di quest’anno l’Italia ha ufficialmente riaperto le porte all’atomo con la nascita di Nuclitalia, una nuova società dedicata alla ricerca su nuove tecnologie e opportunità di mercato del nucleare.
La sua creazione in realtà si inserisce nella più ampia strategia nazionale di reintroduzione dell’energia atomica, iniziata a febbraio con l’approvazione di un disegno di legge delega sull’argomento, che prevede investimenti da 20 milioni di euro all’anno a sostegno di progetti dal 2027 al 2029 e 7,5 milioni destinati ad attività di informazione per i cittadini.
Seppur l’iter di approvazione del ddl e, in generale, l’ipotetico percorso per il ritorno all’energia nucleare in Italia siano ancora lunghi, la nascita di Nuclitalia ha segnato sicuramente un passo concreto in questa direzione, aprendo una nuova fase nella politica energetica del Paese.
Fase che sembra cogliere, oltretutto, un certo sentimento comune positivo sull’argomento.
L’ultimo sondaggio condotto da SWG per Fondazione Lottomatica, infatti, rivela che il 57% degli italiani guarda con favore al ritorno dell’energia nucleare, mentre il 64% è favorevole a investimenti nella nuova generazione di impianti.
Un’apertura che riflette certamente un orientamento volto a coniugare giustizia ambientale, sicurezza energetica e sviluppo industriale, seppur le discussioni sul tema oggi siano ancora ampie.
Transizione e rinnovabili in Italia
Rimanendo nel panorama italiano, secondo il Barometro eco-sociale, il 53% dei cittadini è favorevole a promuovere le energie rinnovabili anche a costo di maggiori spese, ma il sostegno cala al 43% tra i disoccupati e al 48% tra chi ha un livello basso d’istruzione.
Per quanto riguarda il divieto di vendita di veicoli a combustione dal 2035, solo un italiano su tre lo approva, e il consenso crolla ulteriormente tra i lavoratori dell’automotive - un settore che in Italia impiega quasi 400.000 persone.
Di vedute più propositive è il quadro delineato dal sondaggio SWG, dove risulta che il 65% degli intervistati sostiene l’espansione delle rinnovabili anche in aree paesaggistiche.
Anche sul fronte della mobilità elettrica emerge un approccio graduale e inclusivo: gli italiani chiedono bonus per l’acquisto di veicoli elettrici (33%), transizione graduale per evitare penalizzazioni sociali (31%) e promozione dei trasporti pubblici e condivisi (30%).
E se per oltre la metà degli intervistati le politiche europee di sostenibilità possono avere un impatto positivo sullo sviluppo tecnologico del tessuto industriale italiano, il timore è che aumentino i prezzi finali per i consumatori.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2025 di Energia&Mercato.