Tornare al nucleare? Se anche si farà, ci vorranno decenni

Tornare al nucleare? Se anche si farà, ci vorranno decenni

No, non sarà il nucleare a risolvere i nostri problemi energetici. Almeno, non nel medio termine. Il ritorno all’energia atomica è un tema ricorrente nel dibattito sull’energia, non sempre produttivo, nel nostro Paese.

Ora arriva una ricerca dell’Energy&Strategy della POLIMI School of Management a mettere nero su bianco qualcosa che i pro-nucleare tendono a ignorare: ci vuole un decennio per costruire una centrale. 

Quindi, anche ammettendo di risolvere in tempi brevissimi tutti gli ostacoli normativi, culturali (pensiamo all’opinione pubblica nell’era dei social media), di governance e di supply chain, la prima centrale nucleare entrerebbe in servizio, appunto nella migliore delle ipotesi, nel 2035.

E dovremmo aspettare fino al 2050 per vedere il nucleare arrivare a occupare un ruolo significativo nella produzione energetica italiana, intorno ai 600 TWh, affiancando le rinnovabili nella riduzione del contributo delle fonti fossili.

Il che non vuol dire, ovviamente, che il nucleare, specie quello next gen, non possa rientrare in una strategia nazionale di lungo periodo. Ma bisogna inquadrarlo nella giusta prospettiva temporale.

«È in questo contesto che maturano le valutazioni sul possibile inserimento di una quota di generazione nucleare nel mix italiano - spiega Vittorio Chiesa, Responsabile dello studio e direttore di Energy&Strategy. Secondo gli scenari PNIEC, infatti, l’obiettivo sarebbe quello di arrivare nel 2050 a 8 GW di capacità nucleare installata, per una produzione di 64 TWh, ma solo dal 2040 il contributo del nucleare inizierebbe ad avere qualche rilevanza nel mix energetico nazionale, con una produzione stimata di 13 TWh che sostituirebbe una limitata quota di fabbisogni oggi coperta da import e fonti fossili. Nel 2050 invece il nucleare potrebbe sia coprire una piccola parte di produzione oggi appannaggio delle FER, sia sostituire per la loro quota il termoelettrico e l’import, sostanzialmente azzerandoli».

SMR e AMR: la next gen

Il rapporto dedica un approfondimento specifico agli Small Modular Reactors (SMR) e agli Advanced Modular Reactors (AMR), tecnologie oggi considerate centrali nei programmi energetici di sviluppo del nucleare sia in Europa che negli Stati Uniti e in Asia.

Gli SMR, nuovi reattori in fase di sviluppo caratterizzati da taglie ridotte (fino a 400 MW), maggiore flessibilità operativa e tempi di costruzione stimati più brevi, rappresentano una possibile soluzione per integrare capacità programmabile e a basse emissioni in sistemi energetici dominati da rinnovabili non programmabili.

Gli AMR, ossia i nuovi reattori di IV generazione, sono invece ancora in fase di ricerca (TRL 5-6) e si distinguono per le elevate temperature di uscita e una gestione ottimizzata del combustibile, aprendo a usi cogenerativi e industriali particolarmente rilevanti.

Il Nuclear Energy Innovation Outlook mostra come tutti gli scenari internazionali prevedano una crescita significativa della capacità installata di SMR al 2050 e come, parallelamente, molti Paesi stiano accelerando anche nella costruzione di nuovi reattori modulari.

Sono ancora pochi i progetti SMR in funzione o in stato avanzato di realizzazione (si veda la mappa sottostante), ma molti sono in fase di progetto (in particolare in Occidente, probabilmente perché si ritiene che possano essere più accettabili socialmente), perché più flessibili e con costi CAPEX ridotti.

La filiera c’è

Nonostante l’Italia abbia scelto di non avere centrali nucleari dagli anni ‘80, paradossalmente ha un ruolo significativo nella filiera europea dedicata a questa fonte di energia. Nella componentistica avanzata, nell’ingegneria e nei servizi specializzati, in particolare.

Secondo le analisi condotte nell’ambito della SMR pre-Partnership europea, il 24% del campione di fornitori è in Italia, davanti a Francia (21%) e Finlandia (20%). Quanto alle catene di fornitura delle componenti di un reattore (classificate in 6 Tier, ossia per macro servizi-prodotti che le imprese offrono) le aziende italiane si collocano soprattutto nei Tier 4 e 5 della supply chain (84%), dedicati a componentistica non nucleare, fornitura di componenti elettriche, acciaio, fornitura di servizi di consulenza o montaggio, più altre attività come quelle dedicate al decommissioning.

Una quota più contenuta (circa il 16%) è invece attiva nei Tier 1, 2 e 3, legati ai vendor di tecnologia e ai principali EPC. All’interno di questa categoria di Tier troviamo le imprese che si occupano della progettazione degli impianti o di componenti nucleari e principali, come le turbine e i generatori.

Una base industriale è quindi già esistente, diffusa e in larga parte integrata nei principali programmi europei, e rappresenta un elemento potenziale di forza nel caso di un ritorno del nucleare in Italia.

La visione degli operatori

Il report ha anche dedicato un approfondimento sul quadro normativo e le prospettive degli operatori del settore.

Il Ddl inviato alle Camere, con l’intento di accelerare un nuovo quadro normativo, racchiude interventi che spaziano dalla creazione di un’autorità indipendente alla revisione normativa, dalla definizione dei siti alla gestione dei rifiuti radioattivi, fino al supporto alla ricerca e allo sviluppo industriale.

Tra le principali criticità individuate dagli operatori c’è l’allineamento del quadro normativo a quello dei Paesi europei, anche perché per i nuovi reattori serve un framework legislativo apposito.

C’è poi l’eterna questioni degli iter autorizzativi, lontani dai benchmark internazionali, e dei siti idonei alla costruzione di nuovi impianti. E, specie per questo ultimo punto, serviranno iniziative di comunicazione e trasparenza pubblica.

Sarebbe poi fondamentale riuscire a coinvolgere in modo strutturato la filiera industriale italiana nei programmi dimostrativi europei in ambito SMR/AMR.