Fashion e Greenwashing: l'importanza delle materie prime certificate

Fashion e Greenwashing

Un terzo delle terre agricole di tutto il mondo è direttamente collegato all'industria della moda. Viene infatti utilizzato per produrre cotone e fibre a base di legno, ma anche pelle e lana, compresa la variante ecopelle: tutte queste materie prime sono naturali e vengono prodotte da sistemi agricoli.

Ben 1,45 miliardi di ettari sono quindi al servizio della Fashion Industry: e il dato è probabilmente sottostimato, perché non è facile mappare alcuni materiali di origine naturale, ma poco documentati, come ad esempio la pelle di coccodrillo.

L'impatto ambientale di abbigliamento e accessori, però, potrebbe essere enormemente ridotto: alle aziende del settore basterebbe fissare determinati requisiti di selezione dei fornitori.

L'impatto ESG dipende dal metodo di produzione

Perché, a sorpresa, un nuovo report della University of Oxford's Smith School of Enterprise and the Environment, prodotto in collaborazione con DIRT Charity, dimostra una cosa forse non intuitiva: a determinare l'impatto ambientale non è la materia prima, bensì il modo in cui viene prodotta.

Sì, avete letto bene. La pelle non ha necessariamente un impatto maggiore del cotone. E, in determinati casi, l'ecopelle può creare più danni all'ambiente della pelle animale. Dati alla mano, il report stima l'impatto di produzione della pelle, ad esempio, tra gli 8,5 e i 153 kg di CO2 per metro quadro. Una variazione enorme. Se, invece, guardiamo all'ecopelle, in base alle metodologie di produzione si spazia dai 2,76 kg ai 57 kg di CO2 al metro quadro.

I metodi di coltivazione biologici e biodinamici, ad esempio, permettono di mantenere una maggiore ricchezza e diversità di specie rispetto all'agricoltura convenzionale, senza ridurre la produzione. In Egitto, ad esempio, l'utilizzo di metodi biodinamici per il controllo degli insetti ha aumentato la produzione di cotone, abbassando drasticamente l'uso di pesticidi. Altre esperienze in India confermano i vantaggi della biodinamica sulla qualità del suolo.

La responsabilità è del buyer

Questa logica, spiega il report, è una costante per tutte le fibre tessili di origine naturale. E sta quindi al buyer, alla casa di moda, accertarsi di ciò che è avvenuto a monte della filiera di produzione, per essere certo di portare sul mercato, al consumatore finale, un capo di abbigliamento (o un accessorio) realmente sostenibile.

E questo indipendentemente dalla fascia di prezzo, soprattutto in vista dell'entrata in vigore della Direttiva UE Empowering Consumers for the Green Transition, il 27 settembre 2026, che limita il greenwashing vincolando l'etichetta di "prodotto sostenibile" alla presenza di una certificazione indipendente e verificata.