En Ergon, società controllata dal Gruppo Astea, ha inaugurato a Ostra (Ancona) il primo impianto di biometano delle Marche.
A regime, trasformerà 32mila tonnellate annue di rifiuti organici in tre milioni di metri cubi di metano, immesso nella rete Snam.
La quantità può riscaldare 3.000 abitazioni e fornire loro energia.
Il biometano nelle Marche
A luglio 2022, sono davvero pochi gli impianti di biometano in costruzione in Italia. Nelle Marche si prevede la realizzazione di almeno cinque impianti che potranno ricevere la FORSU (la frazione di rifiuti organici dei residenti).
Nella provincia di Ancona, vengono prodotte circa 50mila tonnellate annue di FORSU, attualmente smaltite in Veneto ed Emilia Romagna.
Il semplice smaltimento all’interno della regione avrà un primo impatto ambientale positivo, riducendo l’emissione di CO2 legata al trasporto dei rifiuti organici da 622 tonnellate a 74.
L’impianto di biometano di Ostra
L’impianto tratterà i rifiuti di origine biologica con gestione anaerobica, producendo biometano, ma anche composto misto per usi zootecnici e florovivaistici.
«Quello di Ostra, oltre a costituire un modello virtuoso e all’avanguardia, in grado di rispondere agli stringenti bisogni delle nostre comunità locali, rappresenta un successo per l’economia circolare, dove il rifiuto prodotto in un’area genera energia verde per la stessa area che aveva prodotto il rifiuto – dichiara Massimiliano Riderelli Belli, Direttore Generale di Astea e Amministratore di En Ergon. Un microcosmo locale perfettamente riproducibile in ampia scala in cui gli ecosistemi urbani e l’agricoltura del futuro prefigurano una società e un’economia che da carbon-emitting diventa carbon-absorbing. Senza contare le multiformi ricadute sociali e occupazionali in grado di creare nuovi posti di lavoro”.

Il nodo della burocrazia per il biometano
E l’esperienza di Ostra ricorda che uno dei principali ostacoli per il biometano è la burocrazia.
«Anche per quello di Ostra si è “nella norma” con una procedura che è durata almeno otto anni – aggiunge Belli - dove la parte minore è riservata alla costruzione ed i tre quarti del tempo per progettazione e iter burocratico. Decisamente troppo tempo per una transizione ecologica che non può aspettare».