L’energia rinnovabile condivisa come strumento di partecipazione democratica, capace di unire all’impatto ambientale anche quello sociale. È la visione alla base della partnership tra ForGreen e il fondo di impact investing Sefea Impact, che ha portato quest’ultima a partecipare in eGreen Chain srl, società veicolo di cui ForGreen detiene l’80% delle quote.
Una prospettiva che vede in prima linea le Comunità Energetiche Rinnovabili, i cui incentivi possono, e devono, essere uno strumento per auto-alimentare interventi a favore dello sviluppo delle comunità.
Che richiede però anche nuove metriche di valutazione dell’impatto, che includano non solo la dimensione ambientale, ma anche quella sociale, come racconta Giampaolo Quatraro, Presidente di ForGreen Spa Sb e Legale Rappresentante di eGreen Chain Srl, in questa intervista in esclusiva per energiamercato.it.
AG. Come è nata la collaborazione tra ForGreen e Sefea Impact, e cosa ha convinto un fondo di impact investing a entrare nel capitale di eGreen Chain? Quali sono stati i criteri di valutazione?
GQ. La collaborazione nasce dall’incontro tra due esperienze che, pur partendo da ambiti diversi, condividono una visione molto simile sul tema della transizione energetica. Da una parte ForGreen, che da anni lavora su modelli energetici condivisi e comunità energetiche; dall’altra Sefea Impact, che investe in progetti capaci di generare impatti ambientali e sociali concreti e misurabili.
In questo percorso eGreen Chain, società veicolo di ForGreen, è diventata lo strumento operativo attraverso cui sviluppare progetti energetici con una forte dimensione territoriale e comunitaria.
Quello che ha interessato Sefea non è stato soltanto l’aspetto industriale o la redditività degli impianti, ma soprattutto il modello complessivo: la capacità di mettere insieme produzione di energia rinnovabile, coinvolgimento delle comunità locali e redistribuzione del valore generato sul territorio.
La valutazione si è concentrata su numerosi aspetti quali la solidità industriale del progetto e la sua scalabilità, ma anche la qualità della governance, la trasparenza nella gestione dei flussi energetici ed economici e la possibilità di costruire metriche di impatto credibili. Un altro elemento importante è stata la valutazione delle caratteristiche del tessuto socioeconomico territoriale, adatte alla possibilità di attivare relazioni stabili con imprese, enti locali e cittadini.
AG. L’ingresso di Sefea ha modificato la governance, gli strumenti di rendicontazione e il modo di lavorare di eGreen Chain?
GQ. L’ingresso di Sefea ha portato soprattutto una maggiore strutturazione dei processi, sia dal punto di vista della governance che nella misurazione dell’impatto.
eGreen Chain ha rafforzato gli strumenti di monitoraggio e rendicontazione, introducendo metodologie più rigorose sugli indicatori ambientali e su quelli sociali. Questo ha permesso di rendere più leggibile e verificabile il valore generato dai progetti.
Anche sul piano organizzativo il confronto con un investitore impact ha avuto un effetto importante. Il lavoro è diventato sempre più interdisciplinare: non soltanto sviluppo tecnico ed energetico, ma integrazione continua tra competenze finanziarie, sociali e territoriali.
Oggi i progetti vengono affrontati con una logica più ampia. Non semplici impianti energetici, ma strumenti che possono contribuire allo sviluppo locale e alla costruzione di relazioni durature nei territori.
AG. Misurare l’energia prodotta è semplice; misurare l’impatto sociale lo è molto meno. Quali metriche e strumenti qualitativi avete adottato per rendere “tracciabile” il valore generato sulle comunità? Come si comunica un impatto sociale a investitori e stakeholder abituati a leggere KPI quantitativi? Esistono standard riconosciuti a livello europeo per la rendicontazione dell’impatto sociale delle CER, o siete in una fase ancora pionieristica?
GQ. Misurare l’energia prodotta o le emissioni evitate è relativamente semplice. Più complesso è capire e raccontare l’impatto che una comunità energetica genera sulle persone e sui territori. Per questo, uno degli aspetti più interessanti della collaborazione tra ForGreen e Sefea Impact è stato proprio il lavoro sulla costruzione di un framework dedicato alla misurazione dell’impatto di questi modelli energetici.
Si tratta di un approccio ancora in parte pionieristico, sviluppato prendendo come riferimento i principali standard europei e internazionali in ambito ESG, come ESRS e SDGs, con l’obiettivo di valorizzare non solo gli impatti ambientali ed economici delle CER, ma anche quelli sociali e territoriali.
Abbiamo scelto di combinare indicatori quantitativi e qualitativi, monitorando sia gli effetti energetici ed economici dei progetti sia gli aspetti legati al coinvolgimento delle comunità e alla generazione di valore locale. Accanto ai dati più misurabili utilizziamo anche strumenti di ascolto e analisi qualitativa per comprendere come questi progetti incidano sulle relazioni territoriali, sulla partecipazione e sulla consapevolezza energetica delle comunità coinvolte.
La sfida è rendere questi elementi comprensibili anche per investitori e stakeholder abituati a leggere KPI tradizionali. Per questo privilegiamo framework chiari, comparabili e verificabili, capaci di collegare l’impatto sociale a risultati concreti e osservabili nel tempo. Oggi esistono già riferimenti utili a livello europeo, ma nel caso delle CER siamo ancora in una fase di evoluzione. In questo contesto, il lavoro sviluppato insieme a Sefea rappresenta una delle prime esperienze significative di applicazione concreta di metriche di impatto a nuovi modelli energetici.
Per ForGreen, però, non si tratta di un esercizio isolato: la misurazione dell’impatto è ormai parte integrante del modello. In questa direzione si inserisce anche il recente completamento del primo Report di Impatto relativo a ulteriori 14 CER a livello nazionale, realizzato con il supporto di una primaria fondazione bancaria, che contribuisce a dare una base più strutturata e comparabile all’analisi degli effetti generati da queste configurazioni.
AG. Parliamo nello specifico dei progetti relativi alle CER. Perché sono stati scelti proprio i territori di Corridonia (MC) e Tavullia (PU)? Quali specificità di quei contesti rendono il modello replicabile o, al contrario, unico? Quali soggetti del territorio - imprese, enti, famiglie - partecipano oggi alla condivisione dell’energia, e in che misura ne stanno traendo beneficio economico diretto?
GQ. Corridonia e Tavullia sono territori che presentano caratteristiche molto interessanti: una forte dimensione comunitaria, una presenza diffusa di PMI e amministrazioni locali attente ai temi della sostenibilità. L’idea non era semplicemente realizzare due impianti rinnovabili, ma costruire un modello di comunità energetica realmente integrato nel territorio. In contesti come questi è ancora possibile creare relazioni dirette tra imprese, cittadini, enti locali e associazioni, ed è proprio questo che rende il modello replicabile anche in altre realtà simili.
I due impianti sono stati conferiti nella CER Lucense 1923, che svolge il ruolo di soggetto aggregatore. Questo è un passaggio centrale, perché consente di ampliare la scala dell’impatto: il valore generato dagli impianti non resta legato ai singoli asset, ma viene redistribuito all’interno della comunità energetica attraverso la condivisione dell’energia e dei benefici economici collegati agli incentivi.
Anche il lavoro di coinvolgimento è partito molto presto, già nelle prime fasi progettuali, attraverso incontri pubblici, attività informative e momenti di confronto con gli stakeholder locali. In questo percorso CER Lucense 1923 ha avuto un ruolo importante di connessione territoriale e facilitazione, contribuendo a trasformare un progetto energetico in un’esperienza realmente condivisa.
AG. L’impact investing in Italia è ancora un mercato di nicchia. Le CER possono diventare l’asset class che lo porta su scala industriale? Quali ostacoli normativi, autorizzativi o culturali rallentano oggi lo sviluppo di modelli come quello di eGreen Chain?
GQ. Le CER stanno attirando attenzione perché riescono a mettere insieme elementi che raramente convivono nello stesso modello: sostenibilità economica, produzione energetica locale e impatto sociale tangibile sui territori. Allo stesso tempo il settore è ancora in una fase di consolidamento. Oggi uno dei principali ostacoli riguarda la complessità normativa e autorizzativa, che rende difficile pianificare investimenti di lungo periodo.
C’è poi un tema legato all’attuale orizzonte normativo: la possibilità di conferire impianti incentivati entro il 2027 sta accelerando molto il mercato, ma rischia anche di spostare l’attenzione soprattutto sulla realizzazione degli impianti.
Il rischio è trattare le CER come semplici operazioni infrastrutturali, quando in realtà la parte più complessa è costruire la comunità attorno al progetto. Un impianto si realizza in un certo numero di mesi; la fiducia tra soggetti diversi richiede molto più tempo. Per questo sarà importante garantire continuità e stabilità normativa anche oltre l’attuale finestra incentivante, evitando che lo sviluppo delle CER sia guidato soltanto dalle scadenze.
Esiste infine anche un tema culturale. Le CER introducono un modello diverso rispetto alla logica tradizionale dell’autoconsumo individuale: qui l’energia diventa un elemento condiviso, e questo richiede accompagnamento, consapevolezza e relazioni territoriali solide.
AG. Il decreto CER e gli incentivi GSE attuali sono adeguati o servono ulteriori interventi del legislatore per consolidare il modello?
GQ. Il decreto CER e il sistema incentivante del GSE hanno avuto il merito di dare finalmente al settore un quadro operativo concreto. Era un passaggio necessario per permettere ai progetti di partire davvero, senza il quale molte iniziative sarebbero rimaste ferme in una fase sperimentale. Ora però la sfida è diversa: bisogna creare le condizioni perché questi modelli si consolidino nel tempo e non rimangano legati esclusivamente alla fase incentivante. Oggi chi sviluppa una CER deve ancora affrontare percorsi spesso troppo complessi rispetto alla velocità con cui il mercato dovrebbe evolvere, che rendono lunghi e macchinosi anche passaggi puramente formali, apparentemente semplici e immediati.
Un altro tema importante riguarda il supporto ai territori. Molti enti locali e molte PMI sono interessati alle CER, ma spesso non hanno le competenze tecniche o organizzative per affrontare percorsi così complessi. Rafforzare gli strumenti di accompagnamento sarà fondamentale per rendere il modello realmente accessibile.
AG. Da qui a cinque anni, dove vedete eGreen Chain e quante comunità energetiche di questo tipo possono realisticamente nascere in Italia?
GQ. Nei prossimi anni vediamo eGreen Chain come una piattaforma sempre più orientata a integrare sviluppo energetico, governance territoriale e misurazione dell’impatto, e un caso replicabile in contesti geografici diversi, tenendo conto delle evoluzioni intervenute nel frattempo.
Alla base di questo percorso c’è l’esperienza di ForGreen, che da quasi vent’anni lavora su modelli energetici condivisi e partecipativi, sviluppando competenze che vanno oltre la semplice gestione degli impianti. Oggi il tema non è aggiungere semplicemente nuovi impianti, ma capire quali modelli riusciranno davvero a restare solidi nel tempo. In questo senso eGreen Chain vuole evolvere sempre più come piattaforma abilitante, capace di facilitare partnership territoriali e contribuire alla diffusione di modelli di transizione energetica realmente condivisi.
AG. Se doveste scegliere una sola cosa che questa esperienza ha insegnato - al settore energia, alla finanza o ai policy maker - quale sarebbe?
GQ. Che la transizione energetica non è soltanto una questione tecnologica. L’esperienza di questi anni ci ha mostrato che i progetti funzionano davvero quando cittadini, imprese, istituzioni e investitori riescono a diventare parte dello stesso percorso. Per il settore energetico significa ripensare l’energia anche come strumento di sviluppo territoriale. Per la finanza significa capire che l’impatto sociale può essere una componente reale del valore generato da un investimento. Per i policy maker significa creare condizioni stabili che permettano a questi modelli di maturare nel tempo.
Alla fine la lezione più importante è che questi progetti non possono essere letti solo con logiche industriali tradizionali. Una comunità energetica funziona quando riesce a tenere insieme sostenibilità economica e relazioni che restano solide nel tempo.