Un anno fa, analizzando il mercato energetico italiano, emergeva un paradosso evidente: le fonti rinnovabili crescevano rapidamente ma il costo dell’energia continuava ad aumentare. Il sistema sembrava incapace di tradurre la transizione energetica in un beneficio concreto per consumatori e imprese.
A distanza di dodici mesi, quel paradosso non è stato risolto. È diventato soltanto più chiaro.
Nel 2026, infatti, il problema non è più solo il livello dei prezzi quanto la loro instabilità. Il mercato energetico europeo non è più in una fase di crisi permanente ma in una condizione di volatilità strutturale, sempre più esposta a shock esterni.
Dai prezzi alti alla volatilità cronica
Nel 2025 il tema dominante era la crescita continua dei prezzi: il Prezzo Unico Nazionale (PUN) aveva registrato aumenti significativi, arrivando a circa 135 €/MWh a febbraio, in forte rialzo su base annua.
Nel 2026 il quadro è cambiato solo in parte. I livelli medi mostrano segnali di stabilizzazione, con valori intorno ai 132 €/MWh a gennaio e 114 €/MWh a febbraio, tuttavia la dinamica sottostante è profondamente diversa. I prezzi non seguono più un trend lineare, bensì reagiscono in modo rapido e spesso imprevedibile a eventi esterni, con picchi che arrivano fino a 140 €/MWh anche in assenza di crisi sistemiche.
In altre parole, il mercato è passato da una fase di “prezzi alti” a una fase di “prezzi instabili”. E questa distinzione è tutt’altro che marginale: per imprese e famiglie, infatti, l’incertezza può essere più penalizzante del livello stesso dei prezzi.
Il nodo irrisolto: il gas resta il prezzo dell’energia
Alla base di questa dinamica c’è un elemento che non è cambiato rispetto al 2025: il ruolo del gas nel determinare il prezzo dell’elettricità.
Il sistema europeo continua a basarsi su un meccanismo di prezzo marginale, in cui il costo dell’ultima unità di energia necessaria a soddisfare la domanda - spesso prodotta da centrali a gas - determina il prezzo per tutto il mercato. Questo significa che, anche in presenza di una quota crescente di energia rinnovabile a basso costo, il prezzo finale resta ancorato alla fonte più cara nei momenti di picco.
Nel marzo 2026, le tensioni geopolitiche nell’area del Golfo Persico hanno reso questo meccanismo ancora più evidente. In pochi giorni, i prezzi del gas sono aumentati fino al 40%, con effetti immediati sull’elettricità, che ha registrato rialzi fino al 15%.
Il punto è che il prezzo dell’energia non si forma nei momenti “normali” ma in quelli di stress. E, in quei momenti, il gas resta il fattore determinante.
Un mercato sempre più globale e vulnerabile
Se nel 2025 il focus era principalmente interno (struttura del mercato, crescita delle rinnovabili, dinamiche nazionali) nel 2026 emerge con forza una nuova dimensione: quella geopolitica.
L’Europa, e l’Italia in particolare, sono sempre più integrate nei mercati globali del gas, soprattutto attraverso il GNL (gas naturale liquefatto). Per un verso questo ha aumentato la sicurezza degli approvvigionamenti rispetto al passato, dall’altro però ha anche reso i prezzi molto più sensibili agli eventi internazionali.
Le tensioni tra Iran e Paesi del Golfo, e i rischi legati allo Stretto di Hormuz, ne sono un esempio evidente. Anche senza un impatto diretto sulle forniture italiane, il solo rischio percepito è sufficiente a muovere i mercati globali e, di conseguenza, i prezzi europei.
Il risultato è un cambiamento strutturale: il prezzo dell’energia in Europa non è più locale ma globale. E, con esso, anche la volatilità.
Rinnovabili: un successo che non basta
Nel frattempo, la crescita delle rinnovabili non si è fermata. Dopo aver raggiunto il 41,2% del mix elettrico nel 2024, la loro quota continua ad aumentare, trainata soprattutto da solare ed eolico.
Dal punto di vista industriale e ambientale, si tratta di un risultato significativo. Tuttavia, il loro impatto sui prezzi resta limitato. Il motivo è strutturale: le rinnovabili sono per natura intermittenti e non sempre disponibili nei momenti di maggiore domanda. Così, in assenza di sistemi di accumulo e flessibilità sufficienti, il sistema continua ad aver bisogno del gas come fonte di backup.
Il paradosso evidenziato nel 2025, quindi, è ancora valido: più rinnovabili non significa automaticamente energia più a basso costo. Significa, piuttosto, un sistema con costi medi più bassi ma ancora esposto a picchi di prezzo.
Il vero limite: un sistema rigido
Se c’è un elemento che emerge con maggiore chiarezza nel 2026, è che il problema non riguarda tanto la quantità di energia prodotta, quanto la capacità del sistema di gestirla.
La mancanza di flessibilità, in termini di accumulo, gestione della domanda e integrazione delle fonti, impedisce alle rinnovabili di esprimere appieno il loro potenziale anche sul piano economico. Senza accumulo, l’energia prodotta in eccesso non può essere utilizzata nei momenti di scarsità. E senza una domanda più dinamica, i consumi non si adattano alla disponibilità di energia a basso costo.
In questo contesto, il gas non viene sostituito quanto semplicemente affiancato. E continua a determinare il prezzo nei momenti critici.
Una transizione ancora incompleta
A un anno di distanza, il quadro è quindi più chiaro ma anche più complesso.
La transizione energetica è reale e sta producendo risultati tangibili in termini di decarbonizzazione. Tuttavia, non ha ancora risolto il problema della stabilità dei prezzi. Il sistema è diventato più pulito, non più robusto.
Questo evidenzia un limite strutturale: il mercato energetico europeo è stato progettato per massimizzare l’efficienza in condizioni normali, non per resistere a shock geopolitici sempre più frequenti.
Nel 2025 il problema era il costo dell’energia. Nel 2026 si è aggiunta la sua vulnerabilità.
Senza una riforma che affronti quindi entrambe le dimensioni, riducendo la dipendenza dal gas e aumentando la flessibilità del sistema, la transizione rischia di rimanere incompleta: sostenibile sul piano ambientale ma ancora fragile su quello economico.