Le guerre e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno rimesso al centro un tema che per molto tempo è sembrato secondario: la sicurezza energetica.
Quando una quota così ampia dell’energia dipende dall’estero, ogni crisi internazionale può tradursi in instabilità degli approvvigionamenti, volatilità dei prezzi e maggiore fragilità per famiglie e imprese. Per l’Italia il problema è particolarmente evidente, perché il Paese resta fortemente esposto alle importazioni di combustibili fossili, soprattutto gas.
In questo contesto, le fonti rinnovabili possono essere considerate una vera “ancora di salvataggio”, ma a una condizione: non vanno viste come una soluzione magica e filosofica/romantica, bensì come il perno di una trasformazione più ampia oggetto di pianificazione.
Il loro punto di forza è chiaro: sole, vento, acqua e geotermia sono risorse domestiche disponibili e riducono la necessità di acquistare energia dall’estero. In altre parole, più aumenta la produzione interna da rinnovabili, meno il sistema resta esposto agli shock geopolitici che colpiscono gas e petrolio.
I numeri mostrano che il cambiamento è già in corso, almeno sul fronte elettrico. Nel 2024 la richiesta di energia elettrica in Italia è stata pari a 312,3 TWh; di questa, il 41,2% è stato coperto da fonti rinnovabili, mentre il 42,5% da fonti non rinnovabili e la quota restante dal saldo estero.
Nello stesso anno la produzione da rinnovabili è salita a 128,7 TWh, in aumento del 13,4% rispetto al 2023. Inoltre, nel 2024 sono stati installati 7,5 GW di nuova capacità e il Paese ha raggiunto 76,6 GW di potenza rinnovabile complessiva, con 37,1 GW di solare e 13 GW di eolico. (Terna Driving Energy, 2024)
Questi dati dicono una cosa importante: le rinnovabili non sono più un settore marginale, ma una componente strutturale del mix elettrico italiano. Tuttavia, sarebbe sbagliato concludere che l’Italia sia già al sicuro.
Nel complesso del sistema energetico nazionale, il gas continua ad avere un peso centrale, pari a circa il 40% del mix energetico totale secondo l’IEA. E soprattutto, secondo ARERA, nel 2024 il 95,2% del gas disponibile in Italia è arrivato dall’estero; l’Algeria è risultata il primo fornitore (IEA, 2024).
Questo significa che la vulnerabilità geopolitica non è stata eliminata: è stata solo parzialmente attenuata e cambiando, di fatto, la dipendenza da un’area all’altra. Per questo motivo, dire che le rinnovabili possano rappresentare la risposta alla scarsità di petrolio o alle crisi di approvvigionamento è corretto solo in parte. Lo è perché rendono il sistema meno dipendente dai combustibili importati e più stabile nel lungo periodo.
Non lo è se si immagina che basti installare pannelli e turbine per risolvere il problema. Fotovoltaico ed eolico, infatti, richiedono reti più robuste, sistemi di accumulo, maggiore flessibilità e una gestione intelligente della domanda. Senza queste condizioni, la crescita delle rinnovabili rischia di essere più lenta o meno efficace del necessario.
La domanda decisiva, quindi, è un’altra: l’Italia ha già le strutture e la capacità necessarie per coprire il proprio fabbisogno energetico? La risposta più realistica è: non ancora del tutto, ma ha una base solida per arrivarci.
Il Paese dispone di condizioni favorevoli soprattutto per il solare, ha una rete elettrica già sviluppata e ha accelerato sulle nuove installazioni. Allo stesso tempo, però, il salto da compiere è molto ampio: il PNIEC conferma l’obiettivo di circa 131 GW di rinnovabili al 2030, mentre gli scenari di Terna indicano per quella data circa 71,5 GWh di capacità di accumulo elettrico.
Questo vuol dire che non basta aumentare gli impianti: bisogna costruire anche l’infrastruttura che li renda davvero affidabili, integrati nel sistema con le maestranze e professionalità che possano realizzarle e gestirle (MASE, 2024).
Il punto, allora, non è scegliere tra sicurezza energetica e transizione verde. Oggi le due cose coincidono sempre di più. La vera sicurezza non nasce dal semplice mantenimento delle fonti fossili, ma dalla capacità di sostituire gradualmente una dipendenza esterna con una produzione interna più diversificata, più pulita e più resiliente. Per farlo servono autorizzazioni più rapide, investimenti nella rete, accumuli, efficienza energetica e una politica industriale coerente.
In conclusione, le rinnovabili possono davvero essere l’ancora di salvataggio dell’Italia, ma solo se inserite in una strategia più ampia. Da sole non bastano ancora a coprire tutto il fabbisogno energetico nazionale, però sono già oggi una parte fondamentale della risposta alla crisi energetica.
L’Italia non parte da zero: i progressi recenti sono concreti. La sfida adesso è trasformare questa crescita in una vera autonomia energetica relativa, cioè in un sistema meno esposto agli shock esterni e più capace di sostenere famiglie, imprese e competitività del Paese.