6 miliardi di metri cubi di biometano prodotti ogni anno, entro il 2030. È l’obiettivo, assolutamente ambizioso, fissato dal PNIEC. Un obiettivo da cui l’Italia è lontanissima, con 600 milioni di smc di producibilità teorica massima. E che sembra assai difficile da raggiungere.
Certo, sul tavolo ci sono, almeno teoricamente, quasi 2 miliardi di euro (1,92 per la precisione) che il PNRR dedica proprio al biometano, con l’obiettivo di creare quasi altrettanti smc di produzione annua (2,3), tramite la creazione di nuovi impianti e il revamping di quelli esistenti.
C’è un problema, però: tutta questa attenzione trova la filiera italiana del biometano parzialmente impreparata a gestire i volumi e gli investimenti necessari. Infatti, per quadruplicare la produzione – al 2026, orizzonte del PNRR – o decuplicare – al 2030, se guardiamo al PNIEC – il settore dovrebbe industrializzarsi, cioè investire per crescere in termini di capacità produttiva e competenze.
Investimenti importanti, che si scontrano con un quadro regolamentare non stabile e che potrebbe certamente essere migliorato. Il rischio dichiarato da molte aziende è di ritrovarsi, esaurito il PNRR, sovrastrutturate rispetto al mercato. Cioè in grado di costruire molti più impianti di quelli richiesti in assenza di incentivi.
Un mix di complessità e incertezza che pesa anche sul mondo bancario e finanziario, che pure guarda con interesse al biometano, come è emerso all’Energy Talk "Biometano: aspetti industriali, bancabilità e mercato", organizzato da Legance.
Una storia recente
D’altronde, l’industria stessa del biometano è piuttosto giovane. Si parte alla fine del primo decennio del 2000, poco più di 15 anni fa, con l’obiettivo di generare energia elettrica in loco, sfruttando le biomasse in impianti (e presso aziende) di piccole dimensioni. Negli anni successivi si investe per sviluppare asset e acquisire competenze e nel 2017 si inizia a parlare di biometano, con l’arrivo sul mercato dei grandi gruppi.
Pochi anni dopo, siamo nel 2021, sopraggiunge lo scossone del conflitto russo-ucraino: il biometano diventa un elemento strategico nel mix energetico nazionale ed europeo. Poco dopo, viene varato un sistema incentivante, certamente attrattivo ed efficace, ma che non trova tutta la filiera pronta ad affrontare la sfida.
Non è come il fotovoltaico
Come sottolineato dagli esponenti del mondo finanziario intervenuti all’Energy Talk, l’investimento in un impianto di biometano è ben diverso da quello in un impianto fotovoltaico. Servono competenze già in fase di pianificazione degli impianti, con un business plan solidissimo e al contempo flessibile per fare fronte agli imprevisti. I medesimi skill manageriali sono essenziali per operare l’impianto, una volta realizzato.
L’approvvigionamento delle biomasse, ad esempio, va garantito con accordi di lungo periodo con il mondo agrario, ragionando in anticipo sull’identificazione di fonti stabili e diversificate. Con la maggiore frequenza di catastrofi naturali, inoltre, occorre prevenire il rischio che intere colture siano improvvisamente danneggiate.
Si tratta di un approccio inevitabilmente locale, in cui la collocazione di un impianto deve tenere conto della quantità e della qualità delle biomasse disponibili, ad esempio in termini di carbon quantity.
Uno stretto rapporto con gli stakeholder locali, il territorio di riferimento e il mondo agricolo sono imprescindibili anche per evitare fenomeni NIMBY, con rallentamenti nelle procedure assicurative. Diverse iniziative hanno coinvolto i conferitori come soci di minoranza: un rapporto diretto può infatti rivelarsi più efficace di un contratto blindato.
L’elemento geografico si riflette anche nei costi di trasporto. Minore è la strada per portare le biomasse all’impianto, più basse saranno le spese da affrontare. E può anche esserci modo di efficientare l’utilizzo dei mezzi, ad esempio trasportando il digestato ai conferitori e, subito dopo, tornare all’impianto con un carico di liquami e biomasse.
Gli “altri ricavi” dell’impianto
A proposito di biodigestato. Nel costruire un business plan, il “compost” è sicuramente una delle voci che può essere inserita nella colonna dei ricavi, sommandosi al metano prodotto per aumentare gli incassi.
Ma in questo ambito serve una massa critica di produzione: non avrebbe senso per un singolo impianto andare a caccia di opportunità sul mercato. Sarebbe più logico cooperare con i concorrenti, almeno in questo ambito, per raggiungere la massa critica necessaria a individuare i clienti.
Tra l’altro il biodigestato, in forma di pellet, potrebbe essere utilizzato in azioni di recupero e protezione della parte organica del terreno, contrastando il processo di desertificazione in corso in diverse aree del Paese e del sud Europa. Ma servirebbero misure ad hoc.
Sempre nella colonna dei ricavi può figurare anche la CO2. Un mercato ancora agli albori, perché la domanda del settore agricolo, legata all’utilizzo nelle serre, è minima. Per giustificare il CapEx e i costi energetici per produrre CO2 servirebbero invece, di nuovo, masse importanti. E l’interlocutore principe in questo senso resta il settore alimentare, in cui si muovono grandi aziende internazionali con cui non sarà facile confrontarsi.
Le mancanze lato normativo
A queste oggettive complessità del settore si aggiunge il quadro regolatorio. Il PNRR arriva fino al 2026, decisamente presto per le aziende, che preferiscono guardare al medio e al lungo termine per investire.
Servirebbe stimolare la domanda di mercato. In Francia è stata imposta ai trader di gas una quota crescente della parte “bio” nella loro offerta. Altrimenti, il biometano rischia di diventare una leva di marketing, per dare una pennellata green alla propria immagine.
Il processo autorizzativo è ancora molto farraginoso, con gli stakeholder che possono in molti momenti fare inceppare il processo, nonostante i chiari elementi di economia circolare e di sostegno al territorio.
Anche gli incentivi, pur generosi (coprono il 40% della spesa sostenuta per progettazione e realizzazione, nei limiti dei costi massimi ammissibili), contengono una clausola molto rigida: possono accedervi solo gli impianti che entrano in esercizio entro il giugno 2026.
Il problema della bancabilità
Chi si trova a pianificare un nuovo impianto, e contatta una banca per richiedere un finanziamento, deve quindi fornire un business plan dettagliato su come gestire tutti questi aspetti. Con l’incognita che un qualunque imprevisto in fase di realizzazione faccia slittare l’entrata in esercizio alla seconda metà del 2026. Stravolgendo completamente qualunque pianificazione.
A complicare ulteriormente il quadro è lo strumento del project finance, che appare quello più adatto a sostenere lo sviluppo del biometano, ma potrebbe risultare troppo costoso per un solo impianto. Finanziarne un cluster sarebbe una soluzione, ma per valutare correttamente costi e ricavi a tempo zero la costruzione di tutti gli impianti dovrebbe partire e procedere contemporaneamente. Non banale, dal punto di vista delle capacità produttive: e torniamo al bisogno di industrializzazione del settore.
Le sfide per gli investitori
Non va meglio agli investitori, che indubbiamente stanno guardando al biometano. Il tema delle competenze manageriali può essere superato internalizzandole e formando nuove risorse. Più complesso scegliere che cosa acquisire. Quando si gestiscono più asset, la creazione di uno standard tecnologico è utile per ottimizzare i costi di manutenzione, ma è essenziale per digitalizzare la raccolta dei dati di funzionamento degli impianti.
Questo standard è complesso da raggiungere, se si acquisiscono impianti già operativi. Può quindi essere utile comprare i titoli autorizzativi per sviluppare da zero, oppure co-sviluppare con partner. E, ovviamente, resta aperta la strada della riconversione di impianti già esistenti, con un revamping tecnologico importante.
Un ritardo annunciato
Il risultato di questo contesto incredibilmente complesso è una sostanziale attesa. Viene dato per scontato che il sistema Paese non riuscirà a utilizzare tutte le risorse messe a disposizione dal PNRR. E c’è un certo scetticismo anche sul raggiungimento degli obiettivi, specie per la scadenza ormai prossima del 2026.
Le aziende della filiera restano spesso tarate sui volumi di business precedenti, in alcuni casi scegliendo deliberatamente di non partecipare alle gare di appalto più complesse. Perché la domanda di mercato è tale che si può lavorare tutti, bene, con i progetti meno sfidanti, ad esempio dal punto di vista della compliance alle policy di procurement interne.