Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR del Lazio contro il decreto del Ministero dell’Ambiente per la compatibilità ambientale del progetto “CCS Pianura Padana” di Snam Rete Gas.
Secondo le due associazioni, il progetto di carbon storage presenta “criticità molto serie”. Viene contestata anche la scelta di frazionare l’opera, “attuato approfittando di un iter autorizzativo più agile”, si legge in una nota.
CCS Pianura Padana riguarda i primi 100 km di infrastrutture e gasdotti su terra, anche andrà a potenziare il progetto Ravenna CCS (anch’esso già avviato) nel quadro del progetto internazionale CCS Integrato Callisto, che andrà a stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno all’interno dei giacimenti di idrocarburi, ormai esausti, al largo di Ravenna.
Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna CCS, che comprende sia le infrastrutture su terra del CCS Pianura Padana sia quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO₂.
Il ricorso al TAR delle due associazioni verte proprio sul frazionamento. Le infrastrutture su terra, quindi il CCS Pianura Padana, sono state oggetto di una VIA specifica, mentre le associazioni ritengono “evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di Progetto di Interesse Comune della Commissione europea”.
Il coinvolgimento francese è legato all’intenzione di trasportare e stoccare anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano. Il trasporto dovrebbe avvenire su nave e/o camion.
Le ricorrenti sottolineano anche che il computo energetico del progetto non sarebbe stato considerato nella VIA ministeriale; che l’analisi costi/benefici richiesta alla Commissione Europea non è stata divulgata pubblicamente.
Infine, che la procedura di consultazione pubblica, nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto, ha avuto una durata dimezzata, rientrando nell’ambito dei progetti di sicurezza energetica del PNRR-PNIEC.
«Dalla documentazione del progetto emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della VIA in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette – commentano li avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti. Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al TAR. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto CCS Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo. Inoltre nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna».
«Ma quale sicurezza energetica – commenta Elena Gerebizza di ReCommon. Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura “permanente” della CO₂ tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi. Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla» ha concluso Gerebizza.