Se la decarbonizzazione vuole essere la via per l’indipendenza energetica italiana, allora non può prescindere dalla creazione di una filiera nazionale ed europea legata alle fonti rinnovabili. Il rischio geopolitico e competitivo, altrimenti, è di non essere più dipendenti dal gas russo, ma dalla tecnologia cinese.
Se ne è discusso all’evento “Il Piano 2030 del settore elettrico: le opportunità per la filiera italiana”, organizzato da Elettricità Futura, con uno studio Enel Foundation realizzato dalla stessa Elettricità Futura e da Althesys.
L’industria italiana per le fonti rinnovabili
Una filiera italiana delle rinnovabili, va detto, esiste già. Ed è fatta di 790 imprese che si occupano di un ampio spettro di attività, dalla produzione di componenti hardware alla generazione di energia fino alle soluzioni software. Di queste poco più della metà, circa 400, hanno un volume di affar concentrato esclusivamente o in gran parte nelle rinnovabili.
Il fatturato totale di queste quasi 800 aziende è di 12,5 miliardi di euro l’anno, lo 0,7% del PIL. Circa la metà del fatturato è legato alla generazione di energia.
Forti nelle reti, assenti nelle tecnologie di base
E lo “spaccato” delle attività delle nostre imprese specializzate nelle rinnovabili evidenzia subito uno sbilanciamento, peraltro intuibile.
L’industria italiana è forte in certi ambiti, come ad esempio le componenti generiche. È addirittura fortissima nelle infrastrutture di rete e nella sua digitalizzazione.
Ma è assente nelle tecnologie di base, come sappiamo dai tentativi di recuperare il terreno perduto rispetto ai concorrenti asiatici, ad esempio nella produzione di pannelli fotovoltaici.
Resiliente e da export, ma bisogna crescere
Questa industria italiana delle rinnovabili ha resistito allo shock della pandemia ed esporta: il saldo commerciale nazionale è sempre risultato positivo negli ultimi anni. Ma deve ora strutturarsi sull’intera catena del valore, per scongiurare dipendenze tecnologiche da altri Paesi.
E, soprattutto, per raggiungere gli obiettivi del programma Repower EU, particolarmente sfidanti per un Paese che già stenta a tenere il passo con il molto meno ambizioso PNIEC. Centrare i target di Repower EU nel 2030, secondo Althesys e Elettricità Futura, significa cogliere benefici economici complessivi per 361 miliardi e 540.000 nuovi posti di lavoro.
Serve una strategia per sviluppo e innovazione
Per arrivarci, però, servono azioni mirate allo sviluppo di una filiera che, guardando al numero di brevetti depositati, è assai indietro rispetto alle controparti europee, ed è addirittura ad anni luce di distanza considerando Stati Uniti e Cina.
Serve una strategia industriale nazionale per la filiera. Fatta non solo di finanziamenti (anche se l’occasione del PNRR è probabilmente unica), ma anche di migliori processi autorizzativi e di governance, misure fiscali adeguate e, ma questo vale per il sistema Paese in generale, di una reale digitalizzazione della Pubblica Amministrazione che snellisca le procedure.
A proteggere la nascente industria nazionale possono aiutare anche piani di economia circolare, in vista dei crescenti interventi di revamping degli impianti fotovoltaici più datati, per il recupero dei materiali.
Velocizzare le autorizzazioni
Resta, ovviamente, il problema storico dei tempi di autorizzazione degli impianti, che in Italia sono di 7 anni. L’obiettivo europeo è di scendere a 1 (ma anche i tradizionali primi della classe, i tedeschi, ce ne mettono ancora 5 a dare il via libera) ma molto resta da fare. Il miglioramento di alcune fasi del permitting è indubbio, ma ancora oggi dopo la VIA nazionale (a cui peraltro hanno accesso solo alcuni progetti) sono necessari altri 30 pareri positivi prima di avviare il cantieri.
Cambiare approccio, non solo le procedure
Ma occorre fare di più. Anche solo in termini di risorse umane dedicate ai processi autorizzativi: sono comunque assunzioni che serviranno nei prossimi anni, quando gli impianti di nuova realizzazione dovranno essere sottoposti a revamping. Non si può pensare di diventare una potenza delle rinnovabili con lo stesso personale di prima. E neanche con lo stesso approccio: Regioni e Soprintendenze vanno sensibilizzate sugli obiettivi nazionali; e sarebbe utile anche un Testo Unico per portare chiarezza e uniformità nelle valutazioni.
Regole chiare e omogenee
«Dobbiamo dare alle rinnovabili un quadro finanziario e normativo chiaro - ha commentato Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. A così poco tempo dal nostro insediamento possiamo lavorare per snellire le procedure all’interno delle attuale regole, come faremo a breve con il cosiddetto Decreto Semplificazioni PNRR. Ma dovremo anche andare a verificare le procedure autorizzative con le Regioni per avvicinarci a uno standard ed evitare che si creino sistemi di opinione».
Il Ministro Pichetti Fratin ha anche annunciato l’arrivo dei tanto attesi Decreti Attuativi sulle Comunità Energetiche Rinnovabili, l’Agrivoltaico e le Aree Idonee. Il tema delle aree idonee è particolarmente delicato perché cruciale per lo snellimento delle procedure di autorizzazione e per dare certezze al mercato e gli investitori.
Il suolo non viene “consumato”
«Dovremmo superare il concetto di “consumo del suolo” - ha affermato Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy - perché un impianto fotovoltaico non consuma il suolo, lo valorizza. L’Italia ha più di ogni altro Paese un paesaggio e una storia da esaltare: potremmo diventare un esempio per tutti grazie al nostro impegno sul fotovoltaico, che ci viene riconosciuto anche dalla stampa internazionale».
Basta lo 0,3% del territorio
Secondo le proiezioni di Althesys ed Elettricità Futura, per raggiungere gli obiettivi di Repower EU è sufficiente lo 0,3% del suolo italiano. Se la definizione di “area idonea” convergesse su “qualunque area non soggetta a vincolo al 31 dicembre 2022”, allora secondo un ricerca congiunta Terna - Snam avremmo il 27% del territorio nazionale libero e disponibile. Decisamente più che sufficiente.