H2IT è l’associazione che rappresenta la filiera italiana dell’idrogeno, dai produttori di gas con diverse tecnologie, ai consumatori finali, passando per la catena industriale della componentistica e dell’impiantistica e includendo le realtà attive nell’installazione e manutenzione degli impianti, nel trasporto e nello stoccaggio, nonché i produttori di veicoli alimentati a idrogeno come camion, autobus, muletti e altri macchinari e i produttori di apparecchiature per l’industria pesante.
«A oggi H2IT conta 116 soci, di cui una novantina sono aziende, equamente divise tra grandi imprese e PMI. Un campione rilevante e variegato di soggetti, consapevoli delle potenzialità del vettore energetico idrogeno. E convinti che per far decollare il settore occorra dialogare con tutti gli altri attori della filiera, facendo leva su fondi pubblici e incentivi per sostenere lo sviluppo dell’infrastruttura di distribuzione. Il campo degli stakeholder dell’idrogeno è molto ampio e l’associazione riunisce le realtà più attive sul fronte della progettualità e degli investimenti». Chi parla è Cristina Maggi, direttrice di H2It, alla quale abbiamo chiesto di raccontarci l’evoluzione di un settore che promette di avere un ruolo da protagonista nella transizione energetica europea.
Domanda: Chi sono i primi promotori di H2IT?
Risposta: Le fondatrici dell’associazione sono le aziende produttrici di idrogeno, che operano sul mercato da molti anni producendo gas tecnici per l’industria. In anni recenti hanno puntato sulle potenzialità dell’idrogeno in quanto vettore energetico, identificando in questo utilizzo una importante opportunità di sviluppo e rivolgendosi a nuovi interlocutori nel mondo dell’energia e della mobilità.
D: Come si caratterizza a oggi la filiera italiana dell’idrogeno? A che punto sono le tecnologie e qual è il potenziale del comparto?
R: La filiera dell’idrogeno si trova di fronte a una grandissima opportunità. L’area della componentistica si sta muovendo velocemente e si può dire che quasi tutti i produttori sono pronti a fornire componenti hydrogen ready: parliamo di valvole, raccordi e manufatti simili. Anche l’impiantistica e l’ingegneria sono pronte a supportare la transizione. Le tecnologie non sono nuove, anzi hanno un alto livello di maturità, ma non sono ancora completamente industrializzate, dunque offrono un ampio spazio di espansione e la possibilità di conquistare leadership di mercato in varie aree, sia livello nazionale sia a livello europeo. La manifattura italiana ha maturato una forte specializzazione nella componentistica, che oggi ci offre un importante vantaggio competitivo per la produzione di elettrolizzatori e di componenti per l’automotive e per le stazioni di rifornimento.
D: L’interesse per l’idrogeno non è un fatto recente, ma la strategia europea al 2030 ha segnato un’accelerazione importante. Quali sono gli altri fattori che hanno messo in moto il mercato?
R: La Commissione Europea si occupa delle potenzialità dell’idrogeno fin dal 2007, quanto ha sviluppato la prima partnership pubblico-privato sull’idrogeno a cella combustibile (Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking), oggi Clean Hydrogen Partnership. Tuttavia, a partire dal luglio del 2020 con il varo della “hydrogen strategy for a climate-neutral Europe” c’è stato un completo cambio di passo. Più di recente, il RePowerEU ha ulteriormente valorizzato un vettore energetico che può fare la differenza nella diversificazione delle fonti per una maggiore indipendenza energetica basata sull’utilizzo delle rinnovabili. Più in generale, la crisi Covid ha spinti l’Europa verso politiche più decise nella direzione della transizione energetica.
D: Il cammino è iniziato da poco, ma alcuni risultati appaiono già consolidati. Da che punto ci muoviamo oggi?
R: Se fino a qualche anno fa per l’idrogeno si parlava di ricerca e sviluppo e di progetti dimostrativi, oggi si parla di progetti industriali. Sono cambiate la scala e la qualità dei progetti, nonché la quantità di idrogeno prodotto. Le ambizioni sono cresciute e le tecnologie hanno raggiunto la maturità necessaria per contribuire in misura importante alla riduzione delle emissioni di CO2.
È cresciuta anche la consapevolezza delle aziende, in particolare delle imprese industriali, oggi più che mai attente alla necessità di produrre e distribuire adattando processi e soluzioni all’imperativo della decarbonizzazione e ponendosi nel solco della sostenibilità. Sul fronte dei processi industriali, l’idrogeno si pone in continuità con quanto già esiste: è un gas e il suo utilizzo fa leva su una tipologia di componentistica affine a quella già in uso nell’industria italiana, già dotata di know-how e competenze operative.
D: Quali sono le barriere da superare per avviare lo sviluppo del settore?
R: Sul fronte delle tecnologie siamo pronti, ma è necessario continuare a lavorare sui materiali, sull’abbattimento dei costi e sulle efficienze. La barriera riguarda il gap iniziale di investimento per far partire i progetti: è necessario che ci sia una spinta, un supporto, sia sul fronte della produzione sia sul fronte del consumo finale.
Per convincere le aziende ad abbracciare soluzioni a basso impatto ambientale abbandonando quelle usuali occorre che l’investimento iniziale, a oggi ancora molto elevato, sia reso sostenibile. Questo consentirà di far partire un settore che poi si autososterrà, portando alla produzione, diffusione e consumo di idrogeno in grandi quantità. In altre parole, le imprese che vogliono convertire impianti e macchinari energivori vanno supportata nell’investimento, specie in questa congiuntura difficile. I fondi stanziati dal PNRR vanno in questa direzione.
Poi c’è un grosso lavoro da fare sul fronte normativo, sul quadro regolatorio, sulle modalità di supporto e incentivazione, sullo stanziamento dei fondi pubblici. Tra gli obiettivi associativi di H2IT vi è, naturalmente, quello di offrire supporto per lo sviluppo della legislatura e della normativa, mettendo a disposizione specializzazioni e competenze per ragionare sugli schemi incentivanti e sugli strumenti più adeguati ad accompagnare lo sviluppo del settore.
D: Qual è il ruolo dell’idrogeno nel mix energetico nazionale?
R: L’idrogeno non è una fonte ma un vettore energetico. La Commissione europea ha disegnato uno scenario in cui la quota di idrogeno nel mix energetico del continente dovrebbe assestarsi intorno al 2% entro il 2024, fino a raggiungere una quota compresa tra il 15 e 22% entro il 2050. Per l’Italia l’obiettivo al 2050 è identificato nelle linee guida preliminari dettate dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima e dalla Strategia Nazionale per l’Idrogeno: si parla del 14% di consumi da idrogeno, che include carburanti ed energia.
D: L’utilizzo dell’idrogeno coinvolgerà solo l’industria e la mobilità pesante o arriverà anche al mondo consumer?
R: Le priorità sono decise dal governo sulla base delle indicazioni europee, che hanno dato priorità al settore industriale e alla mobilità, destinatarie dei fondi. Ma si arriverà sicuramente anche a tutti gli altri settori. I prodotti per gli impianti domestici di riscaldamento sono già capaci di accettare un blend di idrogeno e metano: ci aspettiamo che nei prossimi anni la rete infrastrutturale che distribuisce il gas naturale alle abitazioni possa arrivare ad accettare quantità crescenti di idrogeno. Al momento la normativa italiana permette il 2%, ma Snam sta portando avanti test che spingono la percentuale fino al 10%.
D: La maggior parte dell’attuale produzione di idrogeno avviene da fonti fossili. Quanto ci vorrà per passare alla produzione di idrogeno verde, prodotto impiegando fonti rinnovabili?
R: Oggi i gas tecnici, tra cui l’idrogeno, vengono prodotti quasi esclusivamente attraverso processi chimici industriali di steam reforming o come sottoprodotti della raffinazione del petrolio e dalle lavorazioni dell’industria chimica. In particolare, lo steam reforming del metano è un processo ben sviluppato e altamente commercializzato, attraverso il quale si produce quasi la metà dell’idrogeno mondiale. Si tratta di un processo per così dire “sporco”, in quanto implica il ricorso alle fonti fossili. Questo è il business as usual, finalizzato a produrre idrogeno per l’industria, alla quale normalmente viene distribuito tramite trasporto stradale su carri bombolai.
I fondi stanziati dal PNRR puntano a sostenere progetti per produrre idrogeno da fonti rinnovabili attraverso l’installazione di elettrolizzatori presso i siti di utilizzo oppure a sostenere la produzione su scala industriale con la costruzione di gigafactory di elettrolizzatori. Oggi la produzione tramite elettrolisi è ancora marginale perché i progetti non sono ancora partiti. L’obiettivo a tendere è stabilito dalla strategie già definite: il PNRR punta e installare 1GW al 2026 mentre le linee guida preliminari emanate dall’ex Ministero dello Sviluppo Economico parlano di 5 GW di installazioni al 2030.
D: Sul fronte della mobilità, la priorità è quella di creare una rete di stazioni di rifornimento. A che punto siamo oggi?
R: Al momento in Italia esistono 5 stazioni di rifornimento per veicoli alimentati a idrogeno, ma occorre una precisazione: solo 2 sono aperte al pubblico e adatte all’uso da parte di auto e bus. Altre 2 stazioni si trovano all’interno di depositi di autobus e supportano solo i 350 bar e una si trova all’interno dello stabilimento di Ferrara di Toyota Material Handling e rifornisce muletti a idrogeno.
La nuova stazione di rifornimento Eni di Mestre è stata realizzata nel quadro di un accordo tra Eni, Toyota, il Comune e la città metropolitana di Venezia che include la consegna di auto a idrogeno Toyota Mirai. In questa fase iniziale è probabile che vedremo accordi del genere poi, con il progressivo sviluppo dell’infrastruttura, vendita e rifornimento viaggeranno in parallelo.
D: Quale sviluppo è previsto per la rete di rifornimento a idrogeno?
R: È appena uscito il decreto del Mims che supporta l’implementazione dell’investimento previsto dal PNRR per lo sviluppo delle stazioni di rifornimento di idrogeno in ambito stradale: l’obiettivo è di realizzare 40 stazioni di rifornimento in tutta Italia entro il 2026. Non sarà l’unico supporto allo sviluppo di stazioni, ma si tratta di un numero certo in quanto l’obiettivo è vincolante per ricevere i fondi dalla Commissione Europea. È probabile che si arrivi a implementarne molte di più, ma già la previsione di passare da 2 a 40 in 4 anni dà la misura della crescita in programma.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2022 di Energia&Mercato