Verso la Human Smart City: oltre il modello tecnocentrico

smart city
Andrea D’Acunto, People Advisory Service Leader EY Italia e Marco Mena, Senior Advisor, EY

Il concetto di “smart city” nasce circa dieci anni fa come un framework per la classificazione e messa a sistema di tutti i progetti dedicati all’innovazione sociale e tecnologica delle aree urbane.

Nel tempo ha integrato i propri modelli di riferimento, seguendo sia gli sviluppi tecnologici – legati all’utilizzo di infrastrutture ultrabroadband e a nuove tecnologie come il Cloud Computing, l’IoT, big data, 5G e altro -, sia le trasformazioni urbane in termini di interventi di riqualificazione, regolazione del traffico, efficienza energetica, fino ad arrivare alla gestione delle emergenze sanitarie e al ricorso allo smart working.

In una prima definizione del concetto di “smart city” viene adottato il modello cosiddetto “a quattro strati” (infrastrutture, sensoristica, piattaforma dati, servizi), per indicare il percorso di costruzione della smart city, che puntava sulla modernizzazione e integrazione delle infrastrutture urbane, attraverso un massiccio utilizzo di sensori e di tecnologie di comunicazione.

In questo modello principalmente “tecno-centrico” vengono utilizzate grandi quantità di sensori per monitorare, controllare e governare l’ambiente urbano, con una conseguente produzione di milioni di dati relativi al funzionamento della città stessa. Un modello che tuttavia risulta limitato, in quanto i dati raccolti sono scarsamente accessibili da parte dei cittadini e non riescono a supportare l’erogazione di servizi innovativi per lo sviluppo urbano.

L’evoluzione del concetto di smart city

Attualmente si adotta una visione di smart city definita “human-centric”, nella quale i dati principali vengono prodotti dai cittadini stessi attraverso i propri smartphone: questi dati sono in grado di misurare non solo il funzionamento “hard” della città (trasporti, energia, ecc.), ma anche e soprattutto le interazioni sociali, utili alla comprensione di quanto sia inclusivo il tessuto urbano sul quale vengono raccolti. In questo modello, infatti, il cittadino è direttamente coinvolto nel funzionamento della città, creando con essa un rapporto più diretto, mediato soltanto dalla tecnologia.

Oggi si definisce Human Smart City la città che (ri)progetta infrastrutture e servizi coniugando centralità del cittadino, innovazione tecnologica e sostenibilità. Essa si costruisce principalmente mettendo al centro le esigenze dei cittadini, considerati in maniera più ampia dei “city users” (pendolari, turisti, lavoratori, consumatori), utilizzando il digitale come strumento di integrazione e accessibilità, e infine mirando alla sostenibilità ambientale (ed economica) del tessuto urbano.

Qualunque definizione della Human Smart City si basa quindi sui tre assi strategici della transizione ecologica, della transizione digitale e dell’inclusione sociale.

La classifica delle città intelligenti

Mentre la maggior parte delle megalopoli extraeuropee, definite “green-field cities”, sono città di recente o recentissima costruzione e per le quali la realizzazione della smart city è più agevole, le città europee, e in particolar modo quelle italiane, definite “brown-field cities”, con un’esistenza spesso millenaria, presentano maggiori difficoltà nei processi di trasformazione urbana. In Italia, in particolare, la necessità di conservazione di edifici storici e i vincoli paesaggistici rendono molto difficile, se non quasi impossibile, la realizzazione e riorganizzazione dei modelli urbani verso forme più innovative di smart city.

Ciononostante, negli ultimi anni le principali città italiane hanno attuato numerosi piani di riforme per avvicinarsi a modelli più smart: è quanto emerge dai risultati dall’EY “Human Smart City Index”, che classifica le città italiane in base al loro processo di trasformazione in città “a misura di persona” ed è calcolata su 456 indicatori che riguardano i 109 Comuni capoluogo di provincia italiani.

Il report mostra il ranking in termini di punteggio totale (su una scala 0-100) calcolato sulle due componenti principali per definire il livello di smartness delle città italiane: la “readiness” (cioè le iniziative e gli investimenti effettuati in passato da tutti gli stakeholder delle città nei vari ambiti in cui operano) e i comportamenti “smart” dei cittadini. Ciò che emerge è da un lato l’elevato spread tra le città, dall’altro l’evidenza che nelle città più avanzate la smartness è ancora sostenuta in gran parte dagli investimenti (e cioè dalla readiness). Ne consegue che anche per le città che sono in testa alla classifica è fondamentale lavorare in maniera più incisiva sulla componente “human” e ciò conferma il fatto che il processo di trasformazione delle città italiane in città a misura di persona è ancora all’inizio, anche nei centri più avanzati.

Il fattore umano guadagna terreno

La dimensione delle città è sempre stata una variabile determinante nella realizzazione della smart city e nella definizione del livello di smartness. Anche nel 2022, infatti, le città metropolitane prevalgono su quelle medie e quelle piccole. Lo spread rimane elevato sulla componente di investimenti, laddove la dimensione è elemento determinante, mentre si riduce fortemente sulla componente “human”. Tuttavia, l’attuale tendenza verso città più “umane” e a misura di persona sta consentendo alle città più piccole di ridurre il distacco dalle metropoli.

Infrastrutture, digitale, sostenibilità

Le infrastrutture che caratterizzano la smart city non riguardano soltanto i sistemi di connettività digitale, ma anche tutte quelle reti su cui si basa il funzionamento della città stessa (reti di trasporto, reti energetiche, reti ambientali) e che sono oggi al centro della transizione ecologica. Quest’ultima si determina essenzialmente lungo gli assi dell’efficienza energetica, della mobilità sostenibile e della gestione sostenibile delle risorse ambientali.

L’efficienza energetica favorisce, infatti, la trasformazione delle reti energetiche per l’utilizzo di fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico, solare, fotovoltaico, biomasse, geotermico, ecc.) utili alla produzione di energia, ma anche alla promozione di pratiche volte al risparmio energetico, come la diffusione del teleriscaldamento e la progressiva modernizzazione degli impianti di illuminazione pubblica.

D’altro canto, la gestione sostenibile delle risorse ambientali viene perseguita attraverso la modernizzazione delle reti idriche e degli impianti di depurazione, con la pratica della raccolta differenziata dei rifiuti, l’aumento di aree verdi urbane, e in generale di tutte quelle pratiche che possano spingere gli stessi cittadini ad attuare comportamenti virtuosi. Su questi temi sono soprattutto le città medie del Centro-Nord Italia ad aver raggiunto i risultati più significativi negli ultimi anni.

Mobilità sostenibile, una risorsa chiave

La Mobilità Sostenibile è uno degli elementi fondanti del nuovo modello di human smart city e della transizione ecologica delle città, e prevede reti capillari di trasporto a basso impatto ambientale. Un obiettivo che è possibile raggiungere potenziando il trasporto pubblico, promuovendo forme di mobilità elettrica e ibrida (anche attraverso il deployment delle reti pubbliche di ricarica elettrica), favorendo la mobilità alternativa (sharing, ciclabile, pedonale), ma anche attraverso l’utilizzo intermodale per il trasporto merci, la diminuzione della circolazione delle auto private e la progressiva riduzione di veicoli inquinanti.

Connettività e Internet of Things

A loro volta, le infrastrutture digitali comprendono la connettività e le tecnologie IoT. Nelle città, l’infrastruttura di connettività attiene principalmente agli investimenti degli operatori TLC, mentre la diffusione dell’IoT dipende principalmente dal grado di digitalizzazione delle altre tipologie di infrastrutture presenti sul territorio e quindi dagli investimenti delle utilities.

La connettività dipende in generale dalla dimensione urbana, con le città metropolitane decisamente avanti nella fibra ottica e nel 5G, e le città turistiche (anche medie e piccole) molto coperte dal Wi-Fi, mentre l’IoT prevale nei territori dove operano le multiutility, che risultano più avanzate negli investimenti in digitalizzazione delle infrastrutture. L’innovazione digitale riguarda anche la disponibilità di servizi on-line, quali app verticali, piattaforme abilitanti come gli open data, l’identità digitale, i pagamenti elettronici, ecc. In questo contesto a primeggiare sono le città medie del Nord Italia, in particolare dell’Emilia-Romagna, e alcune metropoli.

Attenzione al bilancio sociale

L’attenzione al fattore “human” da parte delle città copre principalmente tre ambiti. Il primo è rappresentato dalle politiche e dinamiche sociali, tra cui l’attenzione al bilancio sociale, la capacità di erogare servizi on-line anche tra quelle fasce di popolazione meno digitalizzate, e infine la presenza di strutture sanitarie capillari.

Il secondo ambito è il “digital engagement”, inteso come capacità di instaurare un dialogo con i cittadini attraverso i nuovi media: tra queste si elencano le piattaforme digitali di partecipazione alla cosa pubblica (e-democracy), strumenti di Citizen Relationship Management (come app di segnalazione di disservizi o per la personalizzazione dei servizi erogati dalle amministrazioni locali), e l’utilizzo dei Social Network per una comunicazione diretta con i cittadini. Il terzo ambito è l’attrattività, ovvero la capacità dei centri urbani di attrarre nuovi abitanti, nuove realtà imprenditoriali e forza lavoro, oltre che di intercettare i flussi turistici.

Milano, Bologna e Torino sul podio

Secondo i risultati delle ultime edizioni della classifica EY, Milano, Bologna e Torino continuano a confermarsi dal 2014 le città più vicine al modello di Human Smart City, a cui seguono le città medie più avanzate, quali Trento, Parma, Bergamo, Padova e Brescia. La Top 10 si chiude con le città metropolitane di Venezia e Firenze, che si posizionano rispettivamente al nono e al decimo posto della classifica.

Anche le città più piccole (sotto gli 80.000 abitanti) sono ben posizionate: tra queste, Pordenone è la città piccola più “human smart”, al ventunesimo posto della classifica, seguita da Pavia (ventiquattresimo), Mantova (ventiseiesimo), Cremona (trentesimo) e Cuneo (trentacinquesimo). Per quanto riguarda i centri del Sud, solo tre città rientrano nella prima fascia: Cagliari al diciannovesimo posto, Napoli al trentaquattresimo e Bari al trentaseiesimo.

La prima città media del Sud è Lecce, anche se nell’ultima edizione dell’Indice EY, scivola di oltre 20 posizioni, al cinquantaseiesimo posto. Guardando alle macroaree, il Nord primeggia, con quasi due terzi delle sue città in prima fascia, mentre il Sud appare fortemente penalizzato, con la maggior parte delle città verso il fondo della classifica. Il Centro, infine, si posiziona in una situazione intermedia.

Il ruolo delle aziende sul territorio

Troppo spesso si tende a considerare l’evoluzione delle città in smart city come un mero compito delle amministrazioni pubbliche, anche se questo processo è frutto di iniziative congiunte pubbliche e private che coinvolgono diversi stakeholder. Tra questi, un ruolo fondamentale è svolto delle aziende operanti sul territorio, che attraverso le proprie azioni possono influenzare e favorire importanti trasformazioni urbane. In questo senso, è determinante che le amministrazioni locali lavorino in sinergia con le aziende al fine di incentivare tutte quelle pratiche che possano accelerare la trasformazione dei territori.

L’impatto della pandemia e l’era post-covid

La pandemia, il climate change e la crisi energetica hanno messo in discussione il rapporto tra città e abitanti, ma se le conseguenze del climate change avranno effetti di più lunga durata, la pandemia da Covid-19 ha svolto un ruolo di acceleratore di alcune dinamiche (e la crisi energetica in atto è probabilmente destinata a giocare un ruolo analogo), generando nuovi e profondi cambiamenti nelle modalità di fruizione delle città. Gli avvenimenti degli ultimi due anni hanno fatto emergere un nuovo desiderio di abitare città “a misura di persona”, in cui i cittadini possano recuperare il senso di comunità. Soprattutto nelle grandi metropoli, l’esperienza del lockdown e, più ampiamente, l’impatto del Covid-19 hanno modificato profondamente le priorità e le abitudini delle persone, ma hanno generato anche profondi cambiamenti nella fruizione dei luoghi di lavoro e, grazie all’utilizzo più diffuso dello smart working, una forte diminuzione dell’intenso pendolarismo quotidiano.

Smart working, nuove dinamiche urbane

Nonostante nelle città italiane ed europee il fenomeno del pendolarismo sia sempre stato meno accentuato rispetto a quanto avviene in alcune metropoli mondiali, anche qui l’aumento del ricorso allo smart working ha generato profondi cambiamenti, interessando soprattutto le città medie e piccole, situate alla periferia delle grandi metropoli, da sempre abitate da numerosi lavoratori pendolari. In queste città, uno degli effetti positivi dello smart working (anche parziale), è stato quello di recuperare una parte della popolazione attiva, che proprio grazie alla possibilità del lavoro agile, riesce a trattenersi maggiormente sul territorio. Queste dinamiche stanno favorendo la riqualificazione di aree industriali dismesse e un conseguente aumento dell’indotto dei territori più periferici.

Un nuovo rapporto tra imprese, lavoratori e città

In generale, ciò che è cambiato negli ultimi anni è il rapporto tra città, imprese e lavoratori. Lo smart working ha generato per i lavoratori, in particolare per coloro che lavorano per il terzo settore, a una separazione tra luogo di lavoro e luogo di vita. Essi possono infatti continuare a lavorare senza doversi spostare fisicamente, con la conseguente possibilità di scegliere la città in cui vivere indipendentemente da dove è situata fisicamente la propria azienda. Questo fenomeno da un lato modifica profondamente il rapporto tra azienda e lavoratore, ma dall’altro apre interessanti prospettive per molte città piccole e medie, dove c’è un’alta qualità di vita, ma che risultano lontane dai grandi centri economici. Queste località possono ora attrarre lavoratori in smart working, senza dover necessariamente promuovere l’insediamento fisico delle aziende sul territorio, come avveniva prima della pandemia. In Italia, una delle città “apripista” di questo modello è stata Venezia, che si è promossa come città ideale per smart workers di tutto il mondo.

La nuova modalità di lavoro agile porterà dunque allo sviluppo di una vera e propria competizione tra le città nell’attrarre i talenti, basata non più solo sul sistema economico, ma anche sui valori della qualità della vita e della “human smartness”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2022 di Energia&Mercato